Christoph Marthaler “da camera” quello che ci ha regalato il Fabbricone di Prato, riproponendo uno spettacolo già passato a Spoleto. Una stanza da letto, di quelle un po’ mielose, su toni d’azzurro, con un grande letto al centro, molte ante di armadio e una porta che conduce in bagno. È un ambiente raccolto, a un solo piano, senza i vertiginosi muri desolati e ministeriali della fida Anna Viebrock. La scena di Duri Bischoff dà subito l’idea di dove staremo per 75 minuti: in un’Arcadia piccoloborghese, fatta di parole d’amore, di sogni a occhi aperti, di vestiti vaporosi e eleganti.

Solo che nelle stanze del regista svizzero la vita quotidiana si tinge di nonsense e di ferocia, di assenze e contorcimenti con il sorriso sulla bocca. In questa “serata musicale” il ritmo, o meglio sarebbe dire gli sfasamenti continui, gli sguardi sulla vertigine del vuoto di esistenze troppo normali, è affidato al canto. Già dal risveglio, con un personaggio vestito di tutto punto che si leva con le parole di un Lied da quel letto King Size – taglia gigante, come il titolo dello spettacolo – e va al pianoforte. O come i due camerieri che il letto lo rifanno, intonando una canzone pop, per poi immergerera si sotto le coltri, vestiti, e uscirne dopo poco pronti a indossare altri abiti e musiche, sempre canzoni che disegnano pacifici orizzonti, mentre le sfasature di comportamento si fanno sempre più marcate, e una vecchia signora, che la voce riesce solo a farla parlare, dice altre filastrocche, magari lette da un libro posto con fatica su un leggio difficile da montare, estratto da una borsa che contiene anche spaghetti, con incursioni sul tempo che passa e fa sprecare occasioni e vita.

Ogni tanto gli armadi, o il bagno, ingoiano i personaggi, in una giostra sullo sfinimento, sullo sfasamento, l’assenza di senso. Con musica, con umorismo macabro, restringendo gli ambienti mentali e aumentando le lontananze, quanto più il letto troneggia e avvicina i corpi. Con attori stellari.

@minimoterrestre

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