Quando nel ’43, Teheran ospita in conferenza Roosevelt, Stalin e Churchill, sfoggia ampi viali, edifici moderni e un buon numero di automobili. Le vecchie mura  sono crollate e delle antiche porte ne rimane in piedi una sola. La colpa non è della guerra ma degli ammodernamenti voluti fin dagli anni Trenta dallo Scià Reza Pahlavi, costretto ora a rimettere il potere politico nelle mani del figlio Mohammad Reza dopo aver già regalato quello economico  all’Anglo-Iranian Oil Company, beneficiaria dello sfruttamento degli idrocarburi del Paese un tempo detto Persia. Alla fine del ’49, a Teheran, nasce Nasser Hejazi, figlio di Ali Akbar, azero di Tabriz e titolare di un’agenzia immobiliare. Il giovane Scià ha appena divorziato dalla sorella del re d’Egitto, la guerra è finita da un pezzo, la crisi del petrolio di Abadan è dietro l’angolo e manca un campionato nazionale vero e proprio. Si giocano solo tornei locali.

Nasser Hejazi è alto, magro, agile e non ha paura di niente. È un portiere imbattibile su ogni superficie anche quando si arruola nei dilettanti del Nader. Appena maggiorenne firma un contratto da professionista con il Taj Club e in 10 anni vince due edizioni del neonato campionato persiano, una coppa dell’Iran e una coppa Campioni d’Asia. È anche chiamato dalla Nazionale con la quale alza al cielo la Coppa d’Asia del ’72, quella del ’76 e partecipa alle Olimpiadi di Montreal.

Il match della vita lo gioca a novembre ’77 allo stadio Aryamehr contro l’Australia. In palio c’è la qualificazione per il mundial argentino. Bisogna vincere per evitare il sorpasso della Corea del Sud fermata sullo 0-0 proprio dalle parate di Hejazi che avevano spinto l’allenatore avversario a urlare alla stampa: «Quelli, stasera, in porta avevano uno stregone ». L’Iran batte l’Australia 1-0 davanti a 90.000 persone in festa. In tribuna c’è anche lo Scià con il figlio Ciro, finalmente un erede maschio dopo tre matrimoni.

In Argentina, l’Iran esce al primo turno. Tra Olanda, Scozia e Perù, Hejazi incassa 8 gol, di cui 4 su rigore e uno su autorete. In estate, lo chiama il Manchester United, ma la Federazione iraniana non gli proroga il periodo di prova. A Teheran c’è aria di rivoluzione, lo Scìà fugge in Marocco e Khomeini rientra da Parigi. Il campionato ’78-79 viene sospeso e il ministero ordina il ritiro dall’agonismo per tutti gli atleti con 27 anni di età.

Hejazi ne ha 29, ma in barba alle regole, continua a giocare tornei minori con i bianconeri dello Shabaz. L’incalzare della guerra contro l’Iraq lo convince a chiudere da professionista a Dacca dove rimarrà ad allenare la Nazionale del Bangladesh. Quando muore Khomeini, riparte il campionato ed Hejazi torna ad allenare il suo vecchio Taj, ormai rinominato Esteghlal.

L’azero dagli occhi a mandorla si spegne prematuramente  el 2011 per un male incurabile. I suoi funerali, nel grande stadio ribattezzato Azadi, degenerano in una contestazione di folla contro il presidente Ahmadinejad. Hejazi infatti aveva apertamente sostenuto i suoi avversari alle elezioni politiche del 2005 e del 2009. «Non posso vedere la gente povera in una terra ricca di petrolio». Queste le sue parole, che il regime ha sempre provato invano di fargli rimangiare. Nasser Hejazi non poteva essere perseguitato. Lui era “Ostureh”, la leggenda.

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