Indipendenza o riforma costituzionale? Dopo il voto catalano di ieri la partita è aperta e la discussione è destinata ad avere un impatto enorme sul futuro della Spagna e, nel breve termine, sul voto politico del prossimo 20 dicembre.

Che cosa è successo?

Catalonia regional elections

(i leader della CUP Antonio Banos e David Fernandez festeggiano)

La lista che radunava tutti gli indipendentisti di centrodestra e centrosinistra, Junts pel Si, ha vinto le elezioni, ottenendo il 39,6% dei voti e 62 seggi. Sei in meno della maggioranza. Gli indipendentisti di sinistra del CUP (Candidatura d’Unitat Popular) ne ottengono 10 (+7). Assieme avrebbero la maggioranza nell’Assemblea catalana, ma non la maggioranza assoluta dei voti (47,8%). La CUP ha invitato a disobbedire alle leggi nazionali spagnoli e sostiene che il cammino per l’indipendenza prosegue. Ma al contempo chiede la testa di Arturo Mas, che invece è il candidato più probabile a succedere a se stesso alla presidenz adella Generalitat de Catalunya. Tra i partiti non indipendentisti i socialisti tirano un sospiro di sollievo e sopravanzano il PPE, Ciudadanos (la versione centrista di Podemos) ottiene il 17,1%, mentre Podemos, che non si era schierata né per l’indipendenza, né contro, si ferma all’8,9% subendo chiaramente l’avanzata della CUP.

Cosa succede adesso?

Convergencia i Uniò e Esquerra Republicana (i due partiti che formano Junts pel Si) hanno tracciato una mappa del dopo voto con la quale si sono presentati alle elezioni, il “percorso catalano unitario verso la sovranità” che si concluderebbe tra 18 mesi con lo svolgimento di un referendum su una Costituzione, non sulla secessione. Dopo quella si passerebbe alla costruzione delle istituzioni nazionali. Se è vero che i vincitori sono loro e che il fronte non-indipendentista è frammentato, resta la difficoltà di convergere su un governo e trovare una maggioranza solida capace di avviare un processo costituzionale. Gli indipendentisti intendono anche trattare con Madrid, ma il voto del 20 dicembre complica le cose. Se Rajoy e il PPE sono tra i più strenui difensori della centralità di Madrid e hanno rifiutato un nuovo patto fiscale tra Spagna e Catalogna proposto nel 2012 da Mas, una maggioranza diversa potrebbe avere posizioni differenti. Certo il governo di centrodestra ha poche carte se non la speranza di un ruolo della Corte costituzionale, che nel 2014 bocciò la dichiarazione di sovranità del parlamento catalano e il referendum – che si fece lo stesso e che gli indipendentisti stravinsero ma con una partecipazione al voto attorno al 40%. Un nuovo intervento della Corte, così come è successo con la politica di Rajoy in questi anni, non potrebbero che far crescere la spinta indipendentista. Il capolista di Junts Raul Romeva ha dichiarato: «Abbiamo un mandato che dobbiamo attuare. Se ci saranno trattative con lo Stato spagnolo, tutto sarà più facile. Ma in assenza di volontà da parte dello Stato, faremo la proclamazione di indipendenza).»

 

Come risponde Rajoy?

Il premier spagnolo ha tenuto una conferenza stampa e si è detto aperto al dialogo, segnalando però come gli indipendentisti non abbiano la maggioranza dei voti della società catalana. «Ieri si è constatato che la Catalogna è plurale, voglio chiedere al governo catalano di governare per tutti i catalani, di superare le distanze e di sostituire il monologo e l’imposizione delle scelte con un dialogo costruttivo.» Una posizione molto debole con qualche punto di ragione: la presidenza catalana ha spesso spinto sull’acceleratore giocando al gioco dei fatti compiuti. Nei mesi passati Rajoy aveva cambiato la legge, assegnandosi il potere di rimuovere i presidenti delle autonomie e sulla necessità di rispettare le legge è tornato: Madrid non accetterà che «venga messa in discussione la sovranità nazionale o la sovranità spagnola».

 

Pessimo risultato per Podemos, il trionfo di Ciudadanos

Catalonia regional elections

(Ines Arrimadas)

Il raggruppamento guidato da Pablo Iglesias si presentava assieme a una lista in cui c’era anche Esquerra Unida, versione catalana di Izquierda Unida. L’8% non è un buon risultato, non solo perché pochi mesi fa la lista simile che candidava Ada Colau alla poltrona di sindaco aveva preso il 25%. Podemos ha scontato una campagna elettorale tutta centrata sulla domanda “indipendenza Si, indipendenza No”, alla quale non dava una risposta. Come nota El Pais, ora Iglesias deve reinventare una strategia elettorale per il voto di dicembre. Ad oggi, infatti, Podemos aveva ottenuto ottimi risultati sempre e ovunque e questa è la prima vera battuta d’arresto. Ripartire senza un’immagine vincente è più complicato. La versione moderata di Podemos, anch’essa schierata con forza contro la vecchia politica, è tra i veri vincitori di queste elezioni: la sua capolista, Ines Arrimadas, 34 anni, che non è catalana ma andalusa (come molti spagnoli che vivono in Catalogna), si è presentata sul palco per festeggiare con le bandiere catalana, spagnola ed europea. Il leader Albert Rivera, 35 anni, catalano, ha dichiarato: che l’era della vecchia politica bipolare è finita, chiesto le dimissioni di Mas, che ha attaccato duramente. La sua incapacità a dialogare «ha consegnato il destino della Catalogna agli anti-sistema della CUP» ha detto.

 

Contro chi giocherà il Barcellona l’anno prossimo?

E’ una delle domande ripetute con più frequenza. Il Barca, il cui presidente, molti giocatori e l’ex allenatore Pep Guardiola sono pro-indipendenza, rischierebbe, senza un accordo, di trovarsi a giocare in un campionatino regionale, perdendo palate d’oro dei diritti Tv della Liga spagnola. Sarebbe un disastro per il club azulgrana.

@LeftAvvenimenti 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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