Non consegnerà proprio le firme, Giuseppe Civati, sugli otto referendum promossi dal suo movimento, Possibile: «L’ultimo weekend», scrive sul blog, «ha prodotto risultati eccezionali, visibili a tutte e a tutti, e però ha anche causato un comprensibile ritardo non solo nel conteggio, ma anche nelle certificazioni e quindi nell’invio». Non viene fornita, quindi, almeno per il momento, alcuna cifra, quanto distante siano le 500mila firme necessarie per depositare i quesiti in Cassazione.

Civati lamenta ovviamente la scarsa copertura mediatica, e però l’esito non è così inatteso. La campagna referendaria è nata sotto una cattiva stella, senza riuscire a unire il fronte a sinistra del Pd. Il movimento dei docenti contrari alla Buona scuola, la Fiom di Landini, la Cgil e Sel, critici sui tempi e sui modi più che sul merito, non hanno partecipato alla raccolta, se non con alcuni singoli militanti o dirigenti. Solo l’ultima settimana hanno firmato i quesiti Nicola Fratoianni e Marco Pannella, e lo stesso vale per gli ex compagni di partito di Civati, rimasti nella minoranza dem, come Corradino Mineo. Anche per questo Civati non si sottrae all’ennesima stoccata polemica: «Resta il rimpianto di non dare agli italiani e alle italiane la possibilità di votare sulle riforme di questo governo», scrive, «e su questo ognuno, a partire da chi non ha voluto partecipare, si prenda le sua responsabilità».

E mentre i renziani gongolano su twitter con l’hashtag #ImPossibile, resta così da capire come avanzerà (e se avanzerà) il progetto unitario a sinistra. «Ne parliamo dopo i referendum» aveva detto Civati, aggiungendo però «siamo meno uniti di prima».

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