«La mia opinione sull’omeopatia? Ha una attenzione particolare all’anamnesi e alla storia naturale del paziente quindi ne condivido l’approccio filosofico. Ma non ci sono prove sperimentali che dimostrano l’efficacia dei rimedi omeopatici». Il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco, parla con Left nel dibattito sollevato dal professor Garattini, curatore del libro edito da Sironi “Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull’omeopatia”, con i contributi di diversi ricercatori dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri (Irccs). «L’omeopata – prosegue Pregliasco – è particolarmente attento nella fase conoscitiva delle problematiche e della presa in carico del paziente, e questo lo distingue da quei medici che di fronte alla colicisti infiammata si occupano solo… della colicisti infiammata, limitando al minimo indispensabile il rapporto con la persona. Tuttavia, fatte salve le dichiarazioni d’intenti, gli omeopati non hanno al momento la possibilità di provare scientificamente se i loro trattamenti producano degli effetti. Sicuramente l’effetto placebo esiste, ma ciò che non si conosce sono le conseguenze sul sistema immunitario dei “pazienti”, non esistono quadri chiari di correlazione tra la somministrazione del prodotto e la reazione della persona. Per ora ci sono solo ipotesi. La ricerca è in alto mare».

Rispetto all’omeopatia che propone una serie di rimedi personalizzati, la medicina convenzionale è più standardizzata quindi favorisce l’applicazione del metodo scientifico. «Non è facile – osserva il virologo dell’Università di Milano – reclutare 5mila persone che hanno avuto tutte la stessa patologia, lo stesso grado di gravità di malattia e lo stesso approccio di tipo omeopatico. Questo è il limite che impone cautela a chi parla di cure omeopatiche. Perché non ha dati scientifici a disposizione per poterne valutare gli effetti. Informazioni che invece nella medicina convenzionale si ottengono normalmente, riproducendo più volte la stessa situazione e verificando le diverse ipotesi».

Un elemento in comune tra i rimedi omeopatici e la medicina convenzionale si riscontra nell’azione del “farmaco” che si concentra sul sintomo e non sulla causa della patologia. «La medicina tradizionale – spiega Pregliasco – usa i sintomatici, cioè i farmaci che riducono la febbre o il dolore che è un segnale della risposta immunitaria. Però si sa che non sono curativi. L’aspirina o il paracetamolo sono usati come complemento, affinché una persona stia meglio, per portare ad esempio la febbre a una temperatura più tollerabile. Dall’altra parte c’è una filosofia che si basa su un meccanismo di “reazione e contro reazione”: come dire, prendo freddo a piccole dosi per non sentire freddo. L’idea può anche essere condivisibile ma non ne è dimostrata l’efficacia. Manca del tutto una verifica basata su dati statisticamente significativi riguardo gli effetti e anche rispetto al meccanismo reale, cioè l’azione fisiologica del trattamento».

E qui si presenta l’ostacolo più ingombrante. «Se pensiamo al confronto con i vaccini emergono aspetti insormontabili», precisa il virologo. «Caratteristica di una vaccinazione è l’inserimento di antigeni in concentrazioni che sono ritenute esagerate da parte di chi ha questa idea che si basa sulla “memoria dell’acqua”. E quindi, attribuendo al “ricordo” del passaggio di una molecola, un’azione terapeutica, riduce in parti infinitesimali il principio attivo contenuto nel prodotto omeopatico. Si tratta anche qui di un’ipotesi indimostrata scientificamente, e “difficilmente” verificabile, a fronte dell’efficacia verificata e dimostrata della medicina preventiva nella battaglia contro numerose malattie di carattere virale».

 

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