Magari, se Marino avesse detto o scritto prima quello che oggi scrive (e dice, ospite di La7) di Matteo Renzi, la sua cacciata dal Campidoglio avrebbe avuto un altro senso – non sarebbe passata ai più come l’allontanamento di un marziano incompetente – se non un altro esito. Scrive Marino: «È del tutto evidente che Renzi mi attacca e offende sul piano personale per coprire con la “damnatio memoriae” una spregiudicata operazione di killeraggio che ha fatto esultare i tanti potentati che vogliono rimettere le mani sulla città».
Marino replica a quanto detto dal premier: «Quando vedo certi addii scenografici», ha detto Renzi a Bruno Vespa, «mi rendo conto di quanto possa essere falsa la politica. Chi fallisce la prova dell’amministrazione si rifugia nel presunto complotto».
I toni adesso sono molti diversi da quelli politicamente corretti usati durante la crisi: «Occorre ristabilire la verità», dice Marino, «Renzi voleva Roma sotto il suo diretto controllo e se l’è presa, utilizzando il suo doppio ruolo: come segretario del partito ha voluto che i 19 consiglieri del Pd si dimettessero, come Presidente del Consiglio ha sostituito il sindaco, legittimamente eletto, con un prefetto, certamente persona degnissima, che farà capo come dice la legge allo stesso Presidente del Consiglio».
Marino, in un messaggio su facebook, fa dunque quello che non ha mai fatto in due anni e mezzo di Campidoglio: critica Renzi apertamente, con parole che difficilmente sono legate solo ai più recenti avvenimenti. «Assistiamo a una pericolosa bulimia da potere, che elimina gli anticorpi democratici», dice Marino trasformato di colpo in un perfetto gufo (sembra un giurista sulla riforma costituzionale): «Il messaggio è chiaro: chi non si allinea, chi non ripete a pappagallo i suoi slogan viene allontanato o addirittura bandito».

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