La prima città è stata Milano, il 18 giugno scorso. Poi, una dopo l’altra si sono aggiunte Torino, Messina, Palermo e dal 5 novembre, Roma. Anche la capitale, nella piazza Santi Apostoli a due passi da Piazza Venezia, dalle 18 alle 19 ospiterà la marcia dei Nuovi desaparecidos, cioè dei parenti e degli amici di coloro che sono scomparsi in mare per raggiungere l’Europa e che, come sostiene Edda Pando, coordinatrice degli sportelli immigrazione di Milano e responsabile di Arci Todo Cambia «deriva da precise politiche degli Stati europei». Non sono incidenti le scomparse in mare, assomigliano stranamente alle “sparizioni” dei giovani dissidenti al tempo dei generali in Argentina. Ci sono dunque precise responsabilità. Il primo a fare questo nesso era stato qualche tempo fa Enrico Calamai, ex vice console in Argentina al tempo dei militari. Allora il giovane diplomatico si adoperò per far espatriare e quindi salvare centinaia di connazionali. In seguito ha contribuito alla nascita del comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos che poi si è incontrato con le varie associazioni e comitati sorti in Italia per difendere i diritti dei migranti. Ma soprattutto per contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’effetto devastante delle politiche attuate dagli Stati. Al grido Basta stragi – migrare per vivere e non per morire, la marcia del giovedì, come quella delle madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires chiede verità e giustizia. A Roma domani sera ci saranno anche artisti del Centro interculturale, ci sarà anche Dora Salas rappresentante dei parenti dei desaparecidos argentini e naturalmente Enrico Calamai. «A Roma, la marcia punterà molto nella richiesta di corridoi umanitari, della fine dei respingimenti e delle necessità di una politica dell’accoglienza umana», dice Francesca Koch, della Casa delle Donne, uno dei 50 gruppi e associazioni che hanno organizzato la manifestazione.

«Potevamo ricordare il numero dei morti, che ormai sono 27mila accertati negli ultimi 15 anni – dice Edda Pando – ma ormai non fa più effetto, la gente è abituata all’evento doloroso, al barcone che affonda ma poi se ne dimentica. Invece noi vogliamo dare un volto umano a quelle politiche che bloccano i visti d’ingresso, e visti di lavoro e che con la chiusura delle frontiere contribuiscono a chiudere l’Europa». Il volto umano è anche quello che mostrano i parenti e gli amici dei migranti scomparsi in mare. A Milano, racconta Edda, la gente che passa da piazza della Scala – dove si svolge la marcia del giovedì – si ferma, cammina con i parenti delle persone scomparse. «Per ogni migrante che non arriva ci sono sei o sette vittime, i loro genitori, fratelli, sorelle, mogli», continua Edda. Il dolore per la scomparsa del caro ma anche l’attesa per avere notizie sul riconoscimento di un corpo. Con tutti i problemi di tipo legale che si possono presentare.

In this Sunday, Oct. 4, 2015 photo a pink float used as protection for small children in the water remains left behind on the shore of a beach next to the town of Molyvos, on the northeastern Greek island of Lesbos. The migrants arrive by the hundreds on the beaches of the Greek island of Lesbos. And in their eagerness to move on, they leave behind belongings they carried with them. (AP Photo/Santi Palacios)

In this Sunday, Oct. 4, 2015 photo, a lipstick remains left behind on a beach next to the town of Molyvos, on the northeastern Greek island of Lesbos. (AP Photo/Santi Palacios)

(AP Photo/Santi Palacios)

L’idea della marcia dei Nuovi desaparecidos è nata durante il Forum sociale di Tunisi che si è tento nello scorso marzo. «Abbiamo incontrato come Arci e Carovana migranti due associazioni nordafricane», racconta Edda. Si tratta dell’associazione tunisina La Terre pour tous e il Collettivo algerino dei parenti degli Harraga di Annaba. A Tunisi Edda Pando incontra un rappresentante della comunità eritrea e anche Marta Sanchez della Carovana centramericana dei figli dispersi tra Messico e Stati Uniti. Tre associazioni, tre gruppi di parenti che reclamano diritti per persone disperse. «Si sono incontrati due continenti», ricorda Edda. A partire da quell’esperienza a Milano è partita l’idea della marcia. Esistono delle vertenze legali in corso, naturalmente: da parte tunisina per l’affondamento di 5 imbarcazioni nel 2011, un’altra denuncia per il naufragio del 6 settembre 2012 a Lampione, vicino a Lampedusa. Un’altra vertenza, racconta Edda, riguarda la scomparsa dei giovani algerini del gruppo Harraga, avvenuta tra il 2007 e il 2008. Un dossier è stato presentato anche alle Nazioni Unite. «Il nostro è un lavoro iniziato un anno fa, è tutto volontario e bisogna ancora di più far conoscere la nostra esistenza anche in altri Paesi dell’Africa», afferma l’infaticabile militante di Todo Cambia.

L’obiettivo della marcia, poi, non è solo sollevare il problema dei singoli migranti quanto quello di sollevare una riflessione sulle politiche degli Stati. «Basterebbe che i consolati europei in Africa concedessero dei visti di soggiorno per lavoro. I migranti potrebbero venire qua senza problemi per la loro sicurezza e non ci sarebbe un’invasione di massa. Non c’è stata quando si sono aperte le frontiere a Est, non si capisce perché ci debba essere adesso». Perché il dramma dei migranti economici è uguale a quello dei richiedenti asilo che fuggono dalle guerre come i siriani.

 

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