«Saremo 100mila» assicura Matteo Salvini, pronto alla “calata” su Bologna per la giornata di «liberazione nazionale dal premier». E per la sua Pontida in terra d’Emilia, chiama a raccolta un «nuovo centro destra».
Attorno al Nettuno sbarcheranno 400 pullman di celti da Lombardia e Veneto (700 previsti da tutto lo Stivale), e 35 da tutta la Regione. Siccome in un comizio del Carroccio il folklore rustico non può mancare, dalla Toscana annunciano perfino la presenza di una ruspa. E naturalmente tutti i rappresentanti locali che a partire da mezzogiorno sfileranno insieme al leader sul palco: Alan Fabbri, capogruppo in Regione, Fabio Rainieri, segretario della Lega Nord Emilia e Jacopo Morrone, segretario della Lega Nord Romagna. Ancora però, nessun candidato ufficiale comune da spingere sullo scranno di Palazzo d’Accursio, non se ne abbia la favorita e già incoronata dalla Lega, Lucia Borgonzoni (capogruppo in Comune).
E poi Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi.

Al di là della commedia a due con quest’ultimo, “vengo-non vengo-dai vieni-vabbeh”, una cosa è innegabile: con o senza Forza Italia, con o senza tutto lo stato maggiore nazionale e locale presente oggi sul palco di Piazza Maggiore, la Lega Nord da anni anela a prendersi il capoluogo emiliano-romagnola. Ma perché proprio Bologna?

Anzitutto, c’è da considerare che il “modello Emilia-Romagna” è in crisi. Il legame  partito-cooperative e la garanzia corrispondente di posti di lavoro e buoni servizi, è un mito un po’ scrostato. Le fabbriche dell’eccellenza locale (dai motori, passando per l’edilizia, fino alla pasta) non garantiscono più la piena occupazione e anche l’artigianato non si sente molto bene. C’è una crepa nel tradizionale rapporto operai-imprenditori nella quale la Lega riesce a inserirsi sicuramente meglio del Movimento 5 stelle, col quale dovrà comunque contendersi la fascia degli elettori “arrabbiati”.

C’è poi un’altra crepa che percorre il terreno della regione rossa: quello di un Pd sempre più vicino a multi-utilities e grandi opere convenienti a qualche colosso e sempre più distante dal popolo delle sezioni e feste dell’Unità. Non sarà una caso se alle elezioni regionali del 23 novembre 2014, il Carroccio ha sbaragliato, raggiungendo quasi il 30% dei voti. Certo, allora l’affluenza fu a imbarazzanti minimi storici (al 37,71%, rispetto al 68% di 5 anni prima), ma in ogni caso 374,736 persone avevano optato per recarsi alle urne e depositare la loro fiducia (o protesta) sotto forma di X sulla coalizione leghista. Alleanza, quella con Forza Italia e Fratelli d’Italia che non ha influito particolarmente, dato che solo l’8 per cento ha votato gli azzurri e nemmeno il 2 percento i reduci di Alleanza nazionale. Una destra quasi completamente estinta, in Emilia Romagna e in particolar modo a Bologna. Cosa che Salvini sa, ed eventualmente utilizzerebbe per rivendicare ancor più la sua forza.

È stato proprio lo sconosciuto candidato Fabbri, già sindaco di Bondeno (Ferrara), senza bisogno di particolari sforzi a sfondare – e questo nonostante dubbi (ma esilaranti) video come quello qui sotto su cui avevano puntato in campagna elettorale.

  Assieme alla totale assenza di un’alternativa di destra, è proprio questo, il solco che la Lega spera di sfruttare: portare a casa alti numeri che risulterebbero ancor più impressionanti proprio perché localizzati in una regione notoriamente inespugnabile, di sinistra, e storicamente avversa a tutto ciò che Salvini vorrebbe rappresentare.
Oltre dunque a servirgli da volano per dimostrare di avere radicamento su territori popolari e produttivi, dimostrerebbe così anche il fallimento del sistema partitico e soprattutto di governo della sinistra, a questo punto renziana (per quanto questo possa suonare come un ossimoro). È sempre Renzi, ricordiamolo, il suo vero antagonista nella battaglia a candidarsi volto glamour dell’Italia.

In sostanza, come ha detto lo stesso Salvini: «Se devo lanciare la sfida per il futuro a Renzi non lo faccio a Treviso, dove ho il 40%, ma dove ci sono le Coop e la Cgil».

Dunque, in vista delle amministrative della prossima primavera, ci riprovano, a partire dalla giornata di oggi. Salvini si metterà perfino la camicia bianca – cosa che senz’altro farà la differenza – forse per accalappiare la borghese popolazione bolognese con un’immagine di formalità secondo canoni imprenditoriali, è il caso di dirlo, di credo berlusconiano. Ringrazia Berlusconi «per l’intelligenza e la generosità», lo stesso contro il quale ha spesso infierito. Una fra tutte, durante le scorse regionali lombarde: «La presenza di Berlusconi non aiuta a parlare di programmi e proposte concrete, speriamo in un centrodestra nuovo e pulito». Ipse dixit.

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Sta di fatto che Bologna è pronta da giorni alla risposta. Manifestazioni e cortei hanno scaldato le strade sotto le Due Torri per tutta la settimana, striscioni e murales già annunciano a chiare lettere che la “conquista” non andrà oltre la piazza. Come a circondare al di là dei «sei-settecento metri di cordone» nei quali si barricheranno i pacifisti leghisti (così almeno hanno voluto presentarsi), e al di là dei 1000 rappresentanti delle forze dell’ordine schierati a proteggere quella che, ironia della sorte, è definita la “zona rossa”, un fior fiore di iniziative rappresentanti lo strato della società che il Carroccio vorrebbe andare a conquistare: coordinamento dei migranti, famiglie arcobaleno e organizzazioni trans, centri sociali e movimenti per la casa, raduni antifascisti e commemorazione della Resistenza. Per la giornata di oggi, sono annunciati centinaia di perone in almeno 4 cortei di contestazione, al di là degli scontri con i centri sociali che a Salvini farebbero solo buon giocoUn po’ più delle «quattro zecche» che si aspettava Salvini, che dovrà fare i conti, oggi come a maggio, con numeri ben più alti di una sinistra che, nonostante Renzi, in Emilia-Romagna ancora resiste, è sana, radicata e organizzata.

I suoi più probabili “alleati” alle prossime elezioni? Quelli che, comprensibilmente, resteranno a casa.

@Giuppsi

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