Da maggio 2015 è il nuovo sindaco di Madrid, nonché volto degli Indignados al potere. E a chi la definisce “sindaco di Podemos”, Manuela Carmena risponde: «Non sono legata ad alcun partito». Occhi azzurri come il ghiaccio e una lunga storia alle spalle che si inscrive perfettamente in quella della Spagna: avvocato specializzato in Diritto del lavoro e membro del Partito comunista (allora fuorilegge) durante la dittatura franchista, giudice e bestia nera della corruzione giudiziaria durante la transizione democratica, sostenitrice della nuova sperimentazione politica nata con gli Indignados dopo il 2010. La incontriamo in una sala elegantemente rifinita in legno, al terzo piano di via Alcalá 50, a due passi da piazza Cibeles. Le sue risposte, a volte spiazzanti, hanno qualcosa di trascendentale. Quando parla di democrazia partecipativa e forme di potere è difficile non rimanere affascinati. Del resto, come spiegare altrimenti che una signora ex giudice di 71 anni sia diventata la figura di riferimento della generazione 18-30, quella degli Indignados appunto? Il giornalista Roberto Bécares ha definito il fenomeno come “effetto Carmena”. Ma qual è il filo rosso che unisce le tappe della sua carriera? «Combattere le disuguaglianze che non hanno ragione di esistere», risponde senza battere ciglio. Per Manuela Carmena, però, non sono solo rose e fiori. Cinque mesi dopo le elezioni, stampa e opposizione la accusano di condurre una politica volta all’«improvvisazione».

Manuela Carmena, con la sua elezione a sindaco di Madrid è la prima volta che gli interpreti della sperimentazione politica spagnola, iniziata con gli Indignados nel 2011 e continuata sotto il segno di Podemos nel 2014, arrivano a detenere un potere di azione specifico. Sente molta responsabilità?

Non credo che “responsabilità” sia il termine giusto per descrivere ciò che provo. Non essendo il candidato di un partito politico mi sento responsabile soltanto di me stessa.

E cosa prova allora?

Il desiderio di trasformare in realtà quelli che secondo me sono i grandi elementi del cambiamento politico in questo Paese. Voglio dimostrare che è possibile fare politica in una maniera completamente diversa.

Diritto al lavoro, alla casa e alla salute, nonché stop ai tagli alla spesa pubblica. Il programma della sua lista, Ahora Madrid, è così ambizioso che sembra quasi impossibile da realizzare…

Non mi identifico alla lettera con il programma visto che, tra l’altro, è stato definito ancora prima che accettassi l’incarico di guidare il movimento. Attenersi rigidamente ai programmi non è una mossa intelligente…

Però non attenersi può essere una scelta rischiosa…

No, Ahora Madrid è l’incrocio di una moltitudine di istanze. Io mi identifico con le linee strategiche: lotta alla corruzione, alla disuguaglianza, all’inefficienza amministrativa, all’austerità. L’obiettivo è promuovere meccanismi di partecipazione diretta e l’ascolto attivo della voce dei cittadini. Questi sono tutti valori e obiettivi in cui mi riconosco e che perseguiremo.

Come si realizzano concretamente?

Non c’è stato ancora tempo a sufficienza per definire le modalità concrete con cui raggiungere tutti gli obiettivi. Inoltre, parte del cambiamento che promuoviamo risiede proprio nelle modalità di realizzazione: vogliamo allargare la definizione delle strategie al contributo di molte persone. Questo processo è il riflesso di un movimento partecipativo importante e innovativo che però, a volte, può risultare anche inefficiente.

È proprio per questo che i media e i partiti tradizionali la accusano di “improvvisazione politica”.

Un programma elettorale non è mai un programma di governo. E noi avevamo chiara in mente la necessità di realizzare questa trasformazione. Per questo, in funzione degli obiettivi generali, stiamo definendo le linee di azione per i prossimi 4 anni.

 

L’intervista continua sul numero 43 di Left in edicola dal 7 novembre

 

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