(PARIGI) Metto il naso fuori casa, rue de l’ancienne comédie. 500 metri avanti vedo un uomo che tiene per mano un bambino, nessun altro. Le edicole, ancora chiuse un vecchio magrebino ha deposto sul banchetto Journal de Dimanche, Parisien, Equipe. Una domenica senza passagiata a Porte de Vanves, tra le bancarelle del mercato. Forse a Port de Glingancourt qualcuno dei “permanenti” proverà ad aprire il negozio nel secondo giorno del lutto. Chissà. Intorno al Bataclan, ieri sera , c’erano più truck per i collegamenti televisivi di quanti non ne abbia mai visto in nessun altro posto al mondo, neppure a New Orleans dopo Katrina. Boulevard Voltaire, Richard Lenoir, migliaia di bougies accese per i morti, e fiori e messaggi. Il Bataclan ora è transennato, passano solo i residenti. Non trovo la porta secondaria, che un giornalista du Monde ha filmato: corpi sull’uscio, due ragazze appese alle finestre del primo piano, qualcuno che trascina l’amico ferito, un altro che si allontana verso la vita saltellando sulla sola gamba valida.

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La ricostruzione del New York Times


Non si legge la paura nei volti dei parigini nè, per ora, la rabbia. Nei caffè si parla a voce bassa delle vite spezzate: un giovane avvocato talentuoso, due ragazze tunisine, l’inglese ucciso davanti all’ex, “ciao amore mio”. E i carnefici, chi sono? Farhad Khosrokhavar,sociologo franco iraniano, ne traccia un identikit per Libération: «sono cresciuti in famiglie disunite, spesso passati per il carcere, che è sempre tappa importante nel percorso di radicalizzazione. Si tratta di born again (di rinati), musulmani che hanno riscoperto l’Islam nella forma più radicale, o convertiti alla ricerca di un senso per la loro vita. Infine c’è il viaggio iniziatico in una terra di jihad, un passaggio che permette al futuro kamikaze di sentirsi estraneo alla sua stessa società d’origine e di acquisire la necessaria crudeltà per passare all’atto, senza sensi di colpa né rimorsi». Ho notato come sia Coulibaly all’Hypercacher, sia i carnefici del Bataclan, abbiano quasi voluto scusarsi con le vittime – «É colpa di Hollande. Perchè è andato a bombardare in Siria?» – prima di ammazzare e di ammazzarsi. La strada buia è ormai è stata presa e non si può tornare indietro, ma la rabbia è divenuta stanchezza e si avverte il bisogno di spiegare, prima della fine.

 

Anne Hidalgo, il sindaco di Parigi, era davanti al Bataclan già alle 23,30 di venerdì, un’ora prima che l’intervento della polizia chiudesse la partita. «Questi quartieri feriti sono veramente magici, la gioventù ama uscire la sera, sono popolari, cosmopoliti, aperti a tutte le culture. Nous sommes toujours debout, notre liberté et nos valeurs sont intactes. Siamo ancora in piedi, la nostra libertà e i nostri valori sono intatti. Non cederemo sul rispetto dell’altro, sull’umanesimo, sui valori dell’uomo, sulla fratenité». Questo ha detto, a caldo, il sindaco di una città il cui silenzio mi sembra, oggi, una prova di forza non di paura, di determinazione non di rabbia.

«Siamo ancora in piedi, la nostra libertà e i nostri valori sono intatti. Non cederemo sul rispetto dell’altro, sull’umanesimo, sui valori dell’uomo, sulla fratenité»

Anne Hidalgo, sindaco di Parigi

Marc Lazar sostiene che nelle banlieues è più dura di vent’anni fa. Lo è sicuramente per gli ebrei, che un tempo convivevano gomito a gomito con gli arabi e a volte la carne halal sostituiva quella cacher. Ed è vero che la polizia rinuncia spesso a intervenire nei quartieri difficili.

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Uno dei palazzi delle banlieue parigine

Ma quando, vent’anni fa, sono arrivato a Parigi era la banlieue, popolata di magrebini cui era stato imposto un nome francese, di uomini spezzati dal lavoro senza più autorità in famiglia, madri che perdonavano tutto al figlio maggiore facendone un rais, di fratelli che consegnavano al branco, perché le stuprassero, le sorelle “berreuttes”, colpevoli di aver fatto girare la testa ai francesi del centro, quella banlieue era la fabbrica della rivolta, la fonte della radicalizzazione, il brodo di cultura del terrorismo. Oggi mi sembra diverso. Il rischio più forte mi sembra nelle periferie possa istallarsi il Fronte Nazionale, che da lì possano partire spedizioni punitive contro musulmani pacifici, colpevoli solo di credere nello stesso Dio dei terroristi kamikaze.

 


Le testimonianze dei sopravvissuti alla sparatoria del Bataclan

fonte: nyt


Il Daesh è su un altro piano, purtroppo. Sta provando a fare, in Siria e in Iraq, quello che Al Wahhab e Āl Saʻūd cominciarono due secoli e mezzo fa in Arabia: costruire un nuovo medio evo al tempo dei lumi e della globalizzazione, un mondo di paura e sottomissione, senza musica nè statue né cultura, uno stato delle frustate e delle mani troncate, senza habeas corpus, una vita sessuale selvaggia e brutale, se benedetta alle convenzioni in nome di Dio. É l’anti illuminismo, sono le tenebre contro il lume della ragione vuole rischiarare il mondo e il subconscio dell’uomo. É un pari, una scommessa globale che si gioca prima di tutto a Damasco e a Bagdad, che non possiamo combattere con le armi dell’imperialismo e ancor meno con lo spirito delle crociate. Sono i Curdi, gli alawiti, i cristiani e gli sciiti, sono i sunniti che avranno il coraggio di ribellarsi al ricatto di Al Bagdadi e all’ipocrisia delle monarchie del golfo, che combatteranno quella guerra per loro stessi e per tutto il mondo. Bisogna aiutarli, difendendo le nostre libertà e la nostra democrazia, senza farne la punta di una baionetta.
Alle 18 di questa strana domenica 15 novembre François Hollande sarà a Notre Dame. La Francia dei diritti dell’uomo chiama il Papa venuto dalla fine del mondo. Parigi è ferita, teme ancora che che complici dei kamikaze si nascondano in città e possano accendersi di nuovo, ammazzare di nuovo. Ma Parigi è forte. Delle sue ragioni, dell’esempio che ha saputo dare al mondo, della Marsigliese che echeggia nel mondo.

 

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