Come comunicano i terroristi tra loro? Le notizie di questi giorni ci dicono che tra le altre cose usano la Playstation. E poi tutti gli altri sistemi che consentano loro di sfuggire ai controlli delle agenzie di sicurezza americane ed occidentali. Ad esempio alcuni dei servizi crittografati che garantiscono l’anonimato di persone e contenuti, servizi che sono giustamente tornati di moda dopo le rivelazioni di Edward Snowden sui controlli generalizzati della NSA.

(Qui sotto i social network considerati più o meno sicuri dai terroristi)

Tra questi servizi c’è Telegram, servizio fondato due anni fa e collegato al social network russo Vkontakte, che ha preso piede come un modo sicuro di caricare velocemente e condividere video, testi e messaggi vocali. Il sistema è pensato per non essere intercettabile: nemmeno i dipendenti della compagnia possono accedere ai contenuti e c’è una funzione per la quale all’interno di chat room che contengono fino a duecento membri, si possono mandare messaggi che si auto-distruggono dopo un tempo prestabilito. Un ottimo strumento per far circolare contenuti senza venire individuati.

Sembra di capire che proprio queste funzioni di Telegram sia diventata lo strumento preferito dai membri dello Stato islamico per trasmettere notizie e condividere video di vittorie militari o sermoni.

Il gruppo ha utilizzato Telegram anche per rivendicare la responsabilità degli attacchi di Parigi e dell’abbattimento dell’aereo russo sul Sinai.

Per queste ragioni, Telegram ha annunciato di aver condotto un’indagine e di aver identificato e bloccato  78 canali di trasmissione in 12 lingue diverse legati ad ISIS. Alcuni sono ricomparsi sotto altro nome in gran fretta. La compagnia li ha bloccati di nuovo, ma Reuters – che per prima aveva segnalato l’utilizzo di Telegram da parte del settore propaganda dell’ISIS – fa notare che molti degli account sono funzionanti.

La compagnia annuncia sul suo sito che lavora apertamente all’individuazione di chi trasmette materiale dell’ISIS, ma al tempo stesso ribadisce la propria policy sulla libertà di espressione: «Bloccheremo tutto ciò che è collegabile ai terroristi ma non la possibilità di esprimere le propri opinioni», si legge nel comunicato. Del resto per un social che è molto popolare in Iran (dove è stato bloccato per ragioni opposte, proprio per l’eccesso di libertà concessa), Uzbekistan, Bahrain, Iraq e Yemen, bloccare le opinioni favorevoli all’islam radicale sarebbe un problema.

Per Telegram, come per Twitter e altri social, il problema è stare dietro alla rapidità con la quale si riesce ad aprire un nuovo account. Certo, quelli più grandi e seguiti sono un bersaglio più facile, ma altri appena aperti, sono di più difficile tracciabilità.

A proposito di cyber-sicurezza, sono state presentate le nuove linee guida dello spionaggio. I temi sono fondamentalmente due: la necessità di monitorare, spiare e controllare molte entità non statuali e un maggior coordinamento tra agenzie di sicurezza.

La seconda direttrice è scontata ma non troppo: il rapporto sull’11 settembre ha stabilito, dopo migliaia di interviste e documenti esaminati, che un maggior coordinamento e scambio di informazioni tra agenzie avrebbe consentito di sventare gli attentati. Non è detto che sarebbe andata così, ma certo ci sono state delle falle.

Quanto alla prima linea guida, si tratta semplicemente di prendere atto della realtà. Tra cyber terrorismo, ISIS, spionaggio commerciale di imprese cinesi (un problema che ossessiona gli americani) è ovvio che gli 007 americani, come quelli di tutto il mondo, si debbano adeguare. Oltre che seguire i loro omologhi russi, iraniani e cinesi, si tratta di inseguire e scandagliare nicknames in giro per la rete.

@minomazz

 

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