Domani, martedì 24 novembre inizia in Vaticano il processo contro i giornalisti Gianluca Nuzzi e Emiliano Fittipaldi. Il reato ipotizzato dal magistrato vaticano è quello di diffusione di notizie e documenti riservati. Nuzzi, autore del libro Via Crucis si è rifiutato in nome della libertà di stampa di andare all’interrogatorio previsto in Vaticano qualche giorno fa, Fittipaldi autore di Avarizia si è presentato e ha ribadito le sue ragioni invocando il segreto professionale. Oggi su Repubblica è pubblicata una sua lettera in cui afferma come abbia lavorato «per il primario interesse dei lettori» aggiungendo che «non è un caso che la libertà di stampa e il diritto di essere informati sia tutelato in ogni Paese che si vuole democratico».

Sulla vicenda Left ha chiesto il parere di Alberto Spampinato, direttore e fondatore di Ossigeno per l’informazione, l’Osservatorio promosso dalla Federazione della stampa e dall’Ordine dei giornalisti per monitorare i cronisti minacciati e le notizie oscurate, un record negativo, ricordiamo, per l’Italia. «Io non parlerei di attacco alla libertà di stampa, ma di leggi che mancano da almeno 70 anni», sottolinea Spampinato. «Il Vaticano è uno Stato assolutistico che sta cercando di innovarsi ma  è molto indietro. Purtroppo però, anche l’Italia non scherza con le sue leggi. Se consideriamo che uno Stato assolutistico ha norme che prevedono anche otto anni di carcere e in Italia  fino a sei, mi pare che siamo più indietro noi di loro, per assurdo». Spampinato, mentre si augura che il Vaticano faccia rapidamente un aggiornamento delle leggi, focalizza un aspetto cruciale della vicenda Vatileaks. «Il punto vero è che nella legge anche in Italia bisognerebbe dire chiaramente che in caso di diffusione di informazioni coperte da segreto – a meno che non si commetta un altro reato – va perseguito chi doveva mantenere il segreto e non lo ha mantenuto, non chi lo utilizza per assolvere un dovere come fa il giornalista e cioè diffondere le notizie nell’interesse pubblico». Insomma, continua Spampinato, «questo è un episodio che rivela che da noi queste cose non sono protette: tutti in giro senza casco e quando uno cade si dice ci vorrebbe il casco. La legge è così, ma da 70 anni».

Intanto, mentre oggi è arrivata la richiesta al Vaticano da parte della rappresentante dell’Osce per la libertà dei media di ritirare le accuse penali, come riporta Ossigeno (qui), ecco lo scenario che attende i due giornalisti-scrittori. Lo spiega molto bene sempre l’Osservatorio Ossigeno (qui). «Lo Stato della Città del Vaticano adotta dal 1929 i codici penale e di procedura penale dello Stato italiano: si tratta dei testi del 1889, le cui norme sono state aggiornate nel luglio 2013, primo anno del Pontificato di Papa Francesco». Proprio lui, Francesco, il papa illuminato che incarnerebbe la modernità nella Chiesa. Come scrive Alessandro Gigioli nel suo blog Francesco spende tante belle parole sulle diseguaglianze come ha fatto nella sua Enciclica Laudato sì ma poi manda a processo due giornalisti che fanno il loro lavoro di informazione.

Spiega ancora Ossigeno, gli articoli in ballo sono «l’articolo 4 e l’articolo 10 della Legge del 2013 dello Stato del Vaticano contenente le “Modifiche al codice penale”. Articolo 4: se per i reati contro lo Stato commessi da stranieri in terra straniera è prevista una pena minima non inferiore a tre anni di reclusione il soggetto è punito secondo la legge dello Stato Vaticano. Articolo 10: tratta il reato di “divulgazione di notizie e documenti”. Se questi riguardano “gli interessi fondamentali o i rapporti diplomatici della Santa Sede e dello Stato si applica la pena della reclusione da quattro a otto anni”».

In ogni caso, se dovesse arrivare la condanna, bisognerà vedere se lo Stato italiano concederà l’estradizione. Come scrive oggi su Repubblica Fittipaldi da noi esiste un articolo della Costituzione, l’art. 21, che, ricordiamo, dice: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

Commenti

commenti