L’artista moderno «lavora per esprimere un mondo interiore. Esprime l’energia, il movimento ed altre forze interiori», diceva Jackson Pollock (1912-1956), l’inventore dell’action painting, che insieme ai artisti della scuola di New York di cui faceva parte anche Rothko, negli anni Cinquanta rinnovò radicalmente la pittura occidentale spostandone l’epicentro oltreoceano.

Fino al 13 marzo il MoMa di New York torna a rendergli omaggio realizzando una mostra curata che ripercorre tutte le fasi della sua breve e folgorante carriera, dagli anni Trenta al ’56 quando morì in un incidente d’auto, suicidandosi e uccidendo la sua giovane amica.

La sua ricerca artistica era cominciata nel segno del surrealismo europeo, in particolare dopo essere entrato in contatto con Max Ernst all’epoca marito di Peggy Guggheneim. Fantasmagorie astratte e figure di uomini animali campeggiavano su grandi tele, rileggendo i miti greci, ma anche alcune leggende dell’immaginario Navajo. Proprio dalle pitture di sabbia degli indiani americani, Jackson Pollock trasse ispirazione per quadri polimaterici, dalla superficie scabra. Ma anche per le sue perfomances artistiche in cui la gestualità e il movimento del corpo erano una componente essenziale nella realizzazione di opere pittoriche realizzate, senza pennelli, lasciando sgocciolare il colore direttamente sulla tela, stesa a terra. Nella prima sezione della mostra sono esposte anche molte opere che testimoniano come Picasso fosse diventato quasi un’ossessione per Pollock.
Intorno al ’39 realizzò tele che per certi elementi figurativi deformati richiamano la composizione scheggiata de Les Damoiselles de Avignon (1907) di Picasso con cui l’artista americano ingaggiò un lungo confronto. In quello stesso anno Pollock cominciò l’analisi junghiana, cercando disperatamente e senza successo di uscire dalla depressione e di liberarsi dalla dipendenza dal alcool. Nonostante il continuo conflitto interiore fra esigenza di ricerca e autodistruzione che cercava con l’immediatezza del gesto creativo” perdere la coscienza per “vedere”
La superficie scabrosa del dipinto rimanda all’influenza della pittura di sabbia dei Navajo mentre la Il conflitto un’antinomia tragica fra una capacità di ricreare i primi momenti dell’esistenza ed un impulso ad annientare se stesso e la propria libera espressione

@simonamaggiorel

(immagine in evidenza: Jackson Pollock (American, 1912-1956). Untitled. c. 1950. Ink on paper, 17 1/2 x 22 1/4″ (44.5 x 56.6 cm). Museum of Modern Art, New York. Gift of Jo Carole and Ronald S. Lauder in honor of Eliza Parkinson Cobb, 1982 © 2015 Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York)

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