L’attenzione mediatica c’è sempre, per carità. E l’evento è atteso. È il week end della Leopolda, ancora una volta. Ma più stancamente (e ancora più stancamente si registra il contro evento della minoranza dem). Il giornalista David Allegranti – esperto renzologo in quanto fiorentino – con una battuta fotografa bene la mutazione dell’appuntamento del renzismo. Sempre più simile a un appuntamento in centro per l’aperitivo. Se siete romani e passate a piazza di pietra, subito dietro il parlamento verso le 19, troverete metà delle facce che vedrete a Firenze, nella vecchia stazione riconvertita a sala eventi.

Lontani sono i tempi della politica trendy ma carbonara, lontano è il tempo della rottamazione. Che senso ha fare un evento come la Leopolda, servito a far partire il treno della rottamazione, quando la rottamazione è ormai potere? La domanda è la stessa da ormai un paio d’anni. Renzi e i suoi sono il potere, e la kermesse è ormai una passerella. Al massimo il luogo dove alcuni sperano di brillare e conquistarsi così un posto alle prossime politiche, quando Renzi dovrà completare la trasformazione del Pd (che oggi ha gruppi parlamentari ancora tutti dell’era Bersani).

A far saltare agli occhi la mutazione, conclusa con questa sesta edizione, ci pensa la più classica delle facce del potere: il conflitto d’interessi. Sempre madrina ma più defilata è Maria Elena Boschi, che in quanto potente è al centro di una polemica che riguarda il suo ruolo nel governo, il suo babbo e la banca di cui il suo babbo è dirigente, la Banca Etruria.

Anche le misure di sicurezza ci raccontano di un luogo di potere. I metal detector all’ingresso e le ispezioni delle unità cinofile antiesplosivo ci ricordano che dopo Parigi qualcosa è cambiato, ma anche che lì, alla Leopolda, passerà chi conta. Chi conta e chi governa, e allora avrebbe avuto forse più senso, invece che la solita carrellata di interventi in piedi, con alle spalle una scenografia vintage, un bel question time. Rottamatori che chiedono al rottamatore a che punto siamo e se ha rottamato altro oltre – chessò – al jobs act. Cosa ha prodotto l’occupazione del potere, dalla Rai (con il consigliere Guelfo Guelfi e l’ad Campo Dall’Orto), all’Eni?

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