Tenetevi forte, citiamo Vittorio Feltri. «Quando Bettino Craxi o Silvio Berlusconi o Massimo D’Alema hanno cominciato ad attribuire alla stampa la colpa delle loro difficoltà, quello era il preciso momento in cui cominciava il declino, in cui si scoprivano incapaci di controllare la situazione, di rilanciare davanti alle difficoltà, e non trovavano altro sollievo che denunciare la mascalzonaggine dei giornali. Non che avessero torto, non sempre perlomeno. Soltanto che il problema non erano i giornali».
È categorico, molto sicuro di sé, Feltri. Noi non sappiamo se la Leopolda di questo week end abbia o meno segnato l’inizio del declino di Matteo Renzi, ma sicuramente una mutazione sì. Definitiva e facile da prevedere, peraltro. Alla Leopolda, anche se era ancora pieno di gente entusiasta, di ammiratori in cerca di selfie, dei rottamatori non c’è più traccia. Chi è deputato di punta, chi amministratore delegato, chi consigliere di cda. Chi premier, chi ministro. Quella appena finita è stata la Leopolda dei potenti, che – con il solito piglio scanzonato e sarcastico se la sono presa, sì, con i giornali, mettendo in piedi anche un non elegantissimo gioco online: vota il titolo peggiore. Facile la domanda: e se l’avesse fatto Berlusconi o peggio Grillo?

Dei potenti e delle banche, la Leopolda è stata «il ballo di fine anno del consiglio dei ministri» come l’ha definito un altro Feltri, Mattia, su la Stampa. Un ballo con il fantasma di Maria Elena Boschi. Che quando arriva si mostra offesa, «ci sono e mi scuso per il ritardo, ho letto ricostruzioni molto fantasiose sul perché non fossi qui, ero a fare il mio lavoro, stiamo discutendo della legge di Stabilità», e quando sale sul palco parla di tutto, risponde a domande su tutto, tranne che del suo rapporto con Banca Etruria, e del babbo. L’unica domanda di cui non avessimo già sentito mille volte la risposta.

In definitiva, una Leopolda di propaganda. Dove anche i momenti di vero confronto assumono un sapore diverso da quello delle precedenti edizioni. Un intervento su tutti: quello delle famiglie arcobaleno – e citiamo loro, ma potremmo citare le partite Iva, per dire – salite sul palco a difendere la stepchild adoption, e la legge Cirinnà sulle unioni civili, ricordando che quello è solo un pezzetto dei diritti che spetterebbero alle persone omosessuali e ai loro figli. A difendere, sì, perché la maggioranza con cui governano i rottamatori è ancora piena di Giovanardi, ed è così rapida ad abolire l’articolo 18, e più lenta sul resto. La legge Cirinnà per ora giace in parlamento, alla ricerca dell’ultima mediazione, così come giace la legge Scalfarotto contro l’omofobia, che era un pezzo ancora più piccolo di diritto, neanche così gradito a tutto il mondo Lgbt, ma era una bandiera del Pd. Sbandierata un po’, per propaganda, e poi lasciata lì. Come se le riforme bastasse nominarle.

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