Due anni fa cominciava il conflitto in Sud Sudan, un conflitto politico tra il presidente dello stato appena nato e ricco di petrolio e il suo vice è presto diventato un conflitto etnico: il presidente Salva Kiir è infatti un Dinka e il suo vice Riek Machar, un Duer.

Nessuno sa se il conflitto, cominciato come una battaglia tra reparti della guardia presidenziale il 15 dicembre del 2013 nella capitale Juba, sia cominciato come un tentativo di colpo di Stato. Fatto sta che oggi un milione e 600mila persone sono in fuga, e più di 150mila in campi profughi delle Nazioni Unite, attorno ai quali si combatte.

In due anni ci sono state crisi di malaria e colera e molti testimoni hanno raccontato di atrocità commesse dai due eserciti. Naturalmente le stragi avvengono sulla base di linee etniche. Nella regione di Unity, tra le più toccate dalla guerra, decine di migliaia sono nascosti tra paludi e boscaglia e i livelli di malnutrizione stanno aumentando in maniera esponenziale, specie tra i bambini.

Lo scorso agosto le parti in conflitto avevano raggiunto un accordo per il cessate-il-fuoco, ma le ostilità non si sono mai placate. Lo stesso era avvenuto nel 2014, con gli accordi di Addis Abeba.

In occasione di questo triste anniversario, le organizzazioni umanitarie e per i diritti umani denunciano la situazione e parlano di scarso impegno della missione Onu nella regione (UnMiss), che protegge le persone che riescono a raggiungere alcuni centri di raccolta ma non molto di più. «Non c’è stata alcuna protezione fino ad oggi, mentre le violenze erano in corso, migliaia di persone che entrano nei siti del Bentiu hanno raccontato storie atroci» ha detto Pete Bunt di Medici Senza Frontiere. Mesi di violenze contor i civili non hanno prodotto interventi e MSF non è in grado di far tornare a funzionare il suo ospedale a Leer (dove pure il suo personale è riuscito a rientrare)

Ecco una tra le testimonianze raccolte.

In Bentiu, una donna sui cinquanta, fuggita da Leer, ha detto: «Rapiscono e violentano donne e ragazze e poi le uccidono […]. Ogni volta che trovano qualcuno a Leer, lo uccidono. Bruciano le case. Ma il vero problema è che si prendono le mucche e così non c’è cibo…chi è rimasto nelle paludi morirà di fame, tutte le scorte alimentari sono finite ma la gente ha paura di avvicinarsi alle strade per cercarne».

I racconti delle persone nascoste nelle paludi, che mangiano piante acquatiche e rischiano di vedere morire affogati i loro figli, sono terribili.

 

A sua volta Human Rights Watch pubblica un rapporto sulle condizioni dei bambini soldato, ampiamente usati nel conflitto e spesso reclutati a forza. Più di cento le interviste fatte tra i bambini, che raccontano di violenze, delle battaglie combattute mentre i loro amici morivano al loro fianco. Alcuni dicono di essersi associati agli eserciti volontariamente per avere da mangiare o con l’idea di proteggere se stessi o le loro famiglie. Oppure per avere un salario: «Sono tanti i ragazzi di strada che si uniscono», racconta uno di loro arruolatosi assieme ad altre dieci persone. Qui sotto un video di HRW con alcune testimonianze sulla pericolosa vicinanza tra caserme e scuole. E una serie di foto Getty Images scattate durante una cerimonia di restituzione dei fucili promossa dall’Unicef nel febbraio scorso.

 

 

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