Un’altra condanna per Augusto Minzolini. Ormai non fa più notizia, secondo il principio tutto italiano secondo il quale alle nefandezze si fa il callo, e alle eccezioni rispetto alla legge – e soprattutto all’etica – ci si anestetizza. Suvvia, sono solo 4 mesi per abuso d’ufficio, c’è di peggio. Per altro, la condanna non è nemmeno definitiva, cosa volete che sia. Non come quella di un mese fa, “appioppatagli” in Cassazione: due anni e mezzo per aver usato impropriamente le carte di credito della Rai. Due anni e mezzo per peculato continuato (e convinto, aggiungiamo noi) e interdizione dei pubblici uffici. E, difatti, Augusto Minzolini è ancora senatore.
La legge Severino imporrebbe che per una condanna superiore ai due anni per un reato a danno della pubblica amministrazione, si decadesse dalla carica. Ma questa è solo la legge. La pratica è un’altra faccenda. Ne sa qualcosa il governatore campano Vincenzo De Luca.

In attesa che la giunta per le elezioni del Senato esamini la pratica (cioè la condanna) del parlamentare di Forza Italia, per decretare se debba seguire le sorti del suo faro – e decaduto – collega Silvio Berlusconi, lui ne colleziona un’altra. Proprio per difendere l’ex Cavaliere, nel 2010 l’ex direttore del Tg1 aveva fatto rimuovere la giornalista Tiziana Ferrario dalla conduzione serale del notiziario (assieme a Paolo Di Giannantonio, edizione delle 13.30, e Piero Damosso, edizione del mattino). L’accusa – confermata dal giudice: «una vendetta» a seguito dei dubbi della giornalista «sulla imparzialità del direttore a proposito delle notizie diffuse dopo la conclusione del processo Mills». Come le sarà venuto in mente?
In fondo, lui nel 1994 professava – e praticava, in effetti – la sua contrarietà alla tutela della privacy per gli uomini politici: « un politico è un uomo pubblico in ogni momento della sua giornata e che deve comportarsi e parlare come tale». Nel ’94. Poi, deve aver cambiato idea. Note sono le sue battaglie in favore di Berlusconi (nel vocabolario ricordiamo: “gogna mediatica pre-elettorale”, “balle”,”clima d’odio”, et altre espressioni del vocabolario deontologico).

Tanto che nell’ottobre del 2010, il Tg1 di Minzolini viene diffidato dall’AgCom per «forte squilibrio» a favore della maggioranza e del governo. Al quale seguirà un «ordine di riequilibrio immediato» e, un anno dopo, una bella sanzione nella misura massima prevista dalla legge (258.230 euro) a Tg1, Tg2, Tg4 e Studio Aperto «in quanto recidivi, e sanzioni di 100 mila euro ciascuno» perché «le interviste (all’allora presidente del Consiglio uscente Silvio Berlusconi, ndr), tutte contenenti opinioni e valutazioni politiche sui temi della campagna elettorale, ed omologhe per modalità di esposizione mediatica avevano determinato «una violazione dei regolamenti elettorali emanati dalla Commissione parlamentare di Vigilanza e dall’Agcom». Quindi: per parzialità. Pagata da noi, per inciso, essendo la tv pubblica solo nelle spese, ma non nel servizio.

Diffide, avvertimenti, sanzioni e richiami. Ma niente di più, per il giornalista che nonostante indagini (come quella, poi archiviato, che lo vide coinvolto nell’inchiesta di Trani per violazione del segreto istruttorio in favore di Silvio Berlusconi, sempre lui) e condanne penali a carico, e la rimozione da direttore del telegiornale nel 2013, per l’Ordine resta tale. Augusto Minzolini è tutt’ora registrato all’ordine come giornalista professionista (guarda qui).

Tra i suoi “editoriali del direttore”, resta famoso quello contro la manifestazione per la libertà di stampa indetta dalla FNSI. Ebbene, giudicate voi.

 

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