Tutto inizia nel 2011 in Siria, con la storia di Caesar. Caesar un nome di fantasia scelto per tutelare la vera identità di chi ha permesso di ricostruire i racconti agghiaccianti delle torture praticate dal regime del presidente siriano Bashar al-Assad contro chi era stato imprigionato con l’accusa di opporsi al regime. Caesar era un membro della polizia militare e prima dell’inizio della guerra civile fotografava le scene del crimine, dalla primavera del 2011 venne trasferito in un ospedale militare a Damasco dove per la prima volta gli venne ordinato di fotografare i cadaveri di alcuni prigionieri incarcerati come oppositori politici, torturati e uccisi. All’inizio gli scatti riguardano singoli corpi, ma verso la fine del 2012 e nel 2013, l’attività a cui è costretto Caesar lo porta a ritrarre e documentare il decesso di dozzine di persone alla volta. Le brutalità di fronte a cui si trova giorno dopo giorno il militare siriano sono sempre più acute e sconvolgenti, fino a che finalmente C. riesce a contattare dei parenti all’estero e a organizzare con il loro aiuto la sua fuga dalla Siria. Abbandona così il Paese, ma riesce a portare con sé circa 55.000 foto che mostrano in modo inequivocabile i crimini di cui si è macchiato negli anni il regime di Assad. Alcune immagini ritraggono una grande stanza dove sono stesi una cinquantina di corpi, l’impressione è che tutto sia organizzato come una sorta di catena di montaggio. La maggior parte dei cadaveri infatti è addirittura accompagnata da un biglietto, che viene apposto sulla fronte o a fianco del morto, sul quale è indicato un numero di riferimento e altre generalità o annotazioni. Altri scatti invece sono molto ravvicinati e permettono di vedere chiaramente i segni evidenti della tortura che ha portato al decesso del prigioniero: segni di elttrodi, mutilazioni, occhi fuori dalle orbite. I documenti mostrano l’orrore e la follia razionale e programmatica del regime con cui venivano perpetrate le violazioni dei diritti umani. Nel 2014 le fotografie di Caesar vengono presentate al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e nell’agosto dello stesso anno viene stilato un report che fornisce una stima delle vittime eliminate dal regime. Si tratta di 191 mila 369 vite.


«Abbiamo meticolosamente verificato dozzine di testimonianze e siamo sicuri che le fotografie fornite da Caesar siano autentiche e dimostrano in modo evidente i crimini contro l’umanità che si stanno perpetrando in Siria»


Dal momento in cui sono venuti alla luce gli scatti trafugati da Caesar ci sono voluti circa nove mesi di ricerca e di lavoro, su circa 28.000 di quelle immagini, per cercare di restituire un’identità a quei corpi e almeno in parte le storie delle vittime. Il risultato è stato raccolto da Human Rights Watch nel report Se i morti potessero parlare: torture e uccisioni di massa all’interno del sistema di detenzione siriano. L’organizzazione internazionale è riuscita a ricavare nuove prove della veridicità dei documenti forniti da Caesar, rintracciare e intervistare parenti e amici di 27 delle vittime oltre che circa 37 ex detenuti che hanno fornito delle testimonianze sui decessi avvenuti in carcere. Grazie alle immagini satellitari e alle tecniche di geolocalizzazione Hrw è riuscita a confermare che alcune delle foto sono state scattate nel cortile dell’ospedale militare a Mezze.
«Ognuno di questi detenuti era il figlio, il padre, l’amico, il marito amato di qualcuno. Amici e parenti hanno sicuramente speso mesi e anni a cercare queste persone» commenta Nadim Houry, direttore del dipartimento di Human Rights Watch impegnato in Medio Oriente. «Abbiamo meticolosamente verificato dozzine di testimonianze e siamo sicuri che le fotografie fornite da Caesar siano autentiche e dimostrano in modo evidente i crimini contro l’umanità che si stanno perpetrando in Siria». Secondo l’organizzazione internazionale le prove di tutto questo dovrebbero essere prese in considerazione dai Paesi che stanno lavorando a possibili negoziati di pace in Siria e in particolare dalla Russia che al momento è il principale sostenitore del regime di Assad. I governi dovrebbero infatti fare pressioni affinché venga dato immediato accesso nei centri di detenzione agli osservatori internazionali e si ponga immediatamente fine alle sparizioni e alle torture sui detenuti.
Le oltre 28 mila immagini su cui si concentra Se i morti potessero parlare: torture e uccisioni di massa all’interno del sistema di detenzione siriano ritraggono circa 7 mila oppositori incarcerati e uccisi durante il periodo di detenzione o a seguito del trasferimento dalla prigione a un ospedale militare. Le restanti foto invece mostrano i siti attaccati, altre volte i corpi senza vita di soldati regolari dell’esercito siriano identificati con il loro nome, altre ancora civili uccidi durante i bombardamenti o gli attentati dei ribelli.Tra le vittime identificate ci sono un ragazzo che all’epoca dell’arresto era solo 14enne e un’attivista di appena vent’anni. In questo video sono raccolte alcune delle impressionanti testimonianze fornite dai loro cari rintracciati e intervistati da Hrw.

Tutti i 27 familiari interpellati hanno spiegato di aver cercato per mesi notizie, a volte addirittura anni, notizie sui propri cari scomparsi. A volte addirittura pagando delle ingenti somme ai funzionari del governo nel tentativo di ottenere grazie alla tangente qualche informazione. Solo in due casi le famiglie hanno ricevuto un certificato di morte che indicava come causa del decesso insufficienze cardiache o respiratorie. In nessun caso invece è stato restituito il cadavere o è stato possibile celebrare un funerale.
Le ricerche di Human Rights Watch sono riuscite a ricostruire l’identità di 27 persone il cui identikit corrisponde a quello registrato dall’intelligence siriana al momento dell’arresto e in alcuni casi addirittura ai referti che documentano l’internamento e le torture durante il periodo detentivo. Sono stati confrontati tutti i segni particolari, marchi particolari, tatuaggi, ferite, che venivano registrati al momento dell’arresto con i dati e le informazioni che potevano essere ricavati dalle foto di Caesar.


«Se scattaste delle foto dei detenuti ora, vedreste persone che appaiono esattamente come quelle che appaiono nelle immagini trafugate da Caesar, solo che da vive…Quelli che sono morti sono stati i più fortunati»

Sami, ex detenuto in una prigione siriana


Hrw ha inoltre condiviso una parte delle fotografie che identificano 19 vittime con un team di medici legali dell’organizzazione Physicians for Human Rights. Il team ha analizzato gli scatti, gli evidenti segni di abusi e sulla base di questi cercato di determinare le effettive cause del decesso. I medici legali hanno così potuto definire le tipologie di torture a cui i prigionieri sono stati sottoposti: fame, soffocamento, ferite provocate da varie violenze, e in un caso addirittura un colpo di pistola alla tempia sparato da una distanza ravvicinata.
«Non abbiamo alcun dubbio che le persone ritratte nelle foto di Caesar siano state affamate, picchiate e torturate sistematicamente e su larga scala» ha commentato Houry di Human Rights Watch – Medio Oriente. «Questi scatti – ha continuato – rappresentano solo una piccola parte delle persone che sono morte mentre erano sotto la custodia del governo siriano in molte sono ancora prigioniere del regime e stanno subendo le stesse atrocità».


 

Alcune delle fotografie fornite da Caesar possono essere viste cliccando qui. La visione può non essere adatta a un pubblico sensibile poiché mostra evidenti segni di violenza, maltrattamenti, tortura e atrocità

 


 

Su questo fronte l’appello di Human Rights si rivolge in particolare a Russia e Iran che, in quanto principali sostenitori del governo siriano, hanno enormi responsabilità oltre che la possibilità di fare pressioni su Assad affinché fermi subito gli abusi. Così come ai Paesi membri del Gruppo internazionale di Supporto alla Siria che si sono riuniti a Vienna per promuovere il processo di pace in territorio siriano. Le potenze internazionali dovrebbero infatti garantire che vengano rispettate le responsabilità dei crimini e degli abusi di guerra commessi e delle violazioni dei diritti umani.

I numeri delle atrocità in Siria secondo il New York Times

A settembre il New York Times mettendo insieme svariati database è riuscito a stilare un’infografica “Come si muore in Siria” che mostra i numeri dei morti in Siria dall’inizio della guerra civile ad oggi. Si parla di più di 200mila vittime, 28 mila delle quali per lo più civili sono state uccise perché coinvolte nei combattimenti fra l’esercito siriano e i ribelli, 27 mila sono invece i morti per colpi di mortaio e artiglieria, 18mila le vittime dei raid aerei. Mentre sono quasi 9000 sempre secondo il Nyt le vittime imprigionate e torturate a morte dal regime di Assad. Non stupisce quindi un altro numero, quello delle persone che dalla Siria e da questa guerra stanno scappando: circa 4 milioni all’estero, senza contare chi, non potendosi permettere di espatriare, cerca di ripararsi nelle poche zone più tranquille del Paese.

infografica new york times

(cliccando sull’immagine sopra potrete vedere l’infografica interattiva sul sito del New York Times)

 @GioGolightly

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