A suon di colpi di scena, in queste ore il Messico viaggia a vele spiegate sui giornali e sui vostri smartphone: l’assassinio di Gisela Mota, sindaco di sinistra e anti-narcos di cui parliamo su Left in edicola, prima e l’arresto di El Chapo Guzman poi. E non si sono fatte attendere le polemiche, con Roberto Saviano su Repubblica (potete leggerlo qui: “Il sacrificio di Gisela, sindaco per un giorno”) che si prende l’onere di spiegare cosa accade in Messico e il giornalista Federico Mastrogiovanni da Città del Messico che replica con un netto: “Saviano racconta un Messico che non esiste”. Il Messico “vanta” le gang criminali più pericolose del mondo, primati in omicidi (sin dal 2006 viaggia a una media di oltre 50 morti al giorno) e femminicidi (una media di sei al giorno); poi ci sono i desaparecidos, i rapimenti dei migranti che attraversano il Paese nel tentativo di raggiungere gli States (20.000 sono solo quelli censiti dalla Commissione nazionale per i diritti umani messicana). E, infine, la madre di tutte le piaghe: l’impunità, quella corruzione egemone che alimenta la violenza e con essa lo scetticismo dei messicani (interessante in proposito è lo studio di Opendemocracy che ne spiega bene il nesso). Numeri pesanti e primati inquietanti, in quel di Città del Messico, non sono certo una novità, e tornano ad affiorare dopo fatti di cronaca. Senza ridurre un Paese intero e la sua popolazione a un sinonimo – di Violenza, per esempio – vale la pena raccontare anche quel che di buono stenta a crescere in quel di Città del Messico.

Storie come quella di Carlos Cruz, che fino al 2000 è stato il leader di una delle “pandilla” (gang in gergo messicano) più violente di Città del Messico, e che poi ha deciso di cambiare vita, fondando Cauce Ciudadano AC, un’organizzazione sociale che lavora per impedire l’ingresso di bambini e giovani nelle reti di criminalità organizzata. Oggi Carlos è un “pandillero de paz”: denuncia la corruzione, la violenza dei narcos, gli abusi della polizia e i traffici illeciti di Città del Messico. Costretto a lasciare il suo Paese a ottobre, dopo minacce e attentati, Carlos si trova adesso a Chicago. Lo raggiungiamo grazie alla rete di Libera internazionale, della quale Carlos e Cauce Ciudadanos fanno parte.

Carlos Cruz a Roma, durante la permanenza italiana, ospite di Libera international

Carlos Cruz a Roma, durante la permanenza italiana, ospite di Libera international

«Per salvare vite non basta diminuire gli omicidi», ci mette subito in guardia Carlos: «Per salvare le vite bisogna promuovere la sicurezza umana, garantire i diritti e sviluppare le capacità di ogni persona». L’arma di Cauce Ciudadano è la pedagogia, tra i giovani pandilleros messicani – che si trovano per lo più nelle strade di periferia di Città del Messico, è nei quartieri periferici della megalopoli che si registrano i tassi di violenza più alti. E proprio qui i centri di Cauce Ciudadano servono più di 3.000 bambini e giovani ogni anno: laboratori informatici, serigrafia, cucina, una web radio e uno studio di registrazione. Finora i volontari di Cauce Ciudadano (oltre 700 nelle scuole) hanno incontrato e operato con più di 10.000 giovani messicani. «Quando tua madre impara a leggere all’età di 16 anni, proprio a causa dell’assenza dello Stato, questo porta ad un’assenza di comprensione», racconta Carlos. «Mia madre mi ha detto che se avesse saputo anche solo il 10% di ciò che so io non mi avrebbe mai educato a questo tipo di violenza. Quando si vive in un mondo violento si crede che sia l’unico modo per risolvere i conflitti».

 

Da ragazzino Carlos decide di trasformarsi da vittima in carnefice e dà vita a una pandilla che in poco tempo prende piede e potere. «Senza mai diventare parte del crimine organizzato», tiene a precisare Carlos. Furti, traffico di armi, falsificazione, estorsione e, ovviamente, processi. E omicidi. Quando nel 2000 tocca a un compagno di gang lasciarci la pelle, Carlos – bloccato da una ferita riportata – decide di optare per lo stop e non per la vendetta. Alcuni lo seguono, altri lo prendono per pazzo e restano nel business. Chi va con Carlos comincia a chiedersi come sopravvivere a quella violenza: «Abbiamo scoperto di essere uniti come in una famiglia, con un forte senso di fratellanza e solidarietà reciproca. Eravamo un gruppo di criminali, ma abbiamo deciso di iniziare un percorso pedagogico che ci ha trasformati in educatori popolari. Abbiamo capito che, se avessimo imparato a insegnare, avremmo potuto generare un’alternativa». Il quartiere li ha accettati e oggi, oltre a lavorare dentro le scuole con i ragazzi di 11-15 anni, Cauce Ciudadano si occupa anche di processi di pace tra quartieri, e cerca una linea di dialogo con lo Stato. Da pandillero a educatore e operatore di pace, si può. L’esistenza stessa di una storia come quella di Carlos è di per sé educativa per i giovani messicani.

@TizianaBarilla

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