Ci sono due processi simultanei in corso sulla Libia. Uno è il dialogo politico promosso dall’Onu e sostenuto (almeno a parole) da tutti i Paesi dell’area. I suoi punti culminanti sono stati la conferenza internazionale a Roma il 13 dicembre e la firma di un accordo di pace tra le fazioni libiche quattro giorni dopo in Marocco. Quella firma ha portato alla nascita di un governo di unità nazionale con a capo l’ex architetto Faiez Serraj che però ancora non opera in Libia. Nonostante qualche progresso significativo, la scadenza del 17 gennaio per il completamento del processo politico potrebbe passare senza che la Libia abbia allo stesso tempo un governo riconosciuto dalla comunità internazionale ed effettivamente governante dalla capitale Tripoli.
Il secondo processo in atto sulla Libia è l’avanzata in parallelo dell’Isis e delle pressioni, in Europa ed in Italia, per una risposta armata da parte europea. Il cosiddetto Stato Islamico in Libia è operativo da più di un anno. Inizialmente formato dai reduci libici della guerra in Siria (la brigata “Battar”), il Daesh libico si era installato nella città di Derna da cui però è stato cacciato nel giugno scorso da un’inedita alleanza tra jihadisti anti-Isis e popolazione locale. Ora opera nella Libia centrale, attorno alla città di Sirte ed è formato da alcune migliaia di militanti soprattutto di provenienza nordafricana. La popolazione locale vive Daesh come un’occupazione straniera.
L’espansione di Daesh in Libia spaventa soprattutto per il suo potenziale di attrazione per i jihadisti della regione a cui potrebbe offrire un’opportunità di addestramento e di basi militari molto più vicino a casa ma anche per la possibilità che i jihadisti arrivino a controllare le risorse petrolifere libiche e poi ad attaccare l’Europa.

 

Questo commento è sul n. 3 di Left in edicola dal 16 gennaio 2016

 

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Più salirà il livello dell’offensiva jihadista e più forti si faranno le voci per attacchi aerei occidentali. La risoluzione Onu 2259 approvata a dicembre stabilisce che qualsiasi forma di “assistenza” debba passare per l’approvazione del nuovo governo libico ma il rischio è che in assenza di progressi del primo processo (quello politico, appunto) alcuni paesi decidano di attaccare lo stesso in Libia. è molto probabile che in quel caso l’Italia si accodi a Francia, Gran Bretagna e USA anche per avere una voce in capitolo sulla strategia.
Sarebbe un grave errore. Non è chiaro cosa potrebbero conseguire degli attacchi aerei contro una forza che non ha ancora caratteristiche propriamente militari quanto piuttosto di una forza terroristica che si muove di città in città. Servirebbe piuttosto un contrasto a terra, fatto da forze libiche in nome della liberazione del Paese da un’occupazione straniera. Ci sono solo embrioni di questa risposta: le guardie petrolifere (di tendenza seccessionista della Cirenaica) hanno respinto l’offensiva sui pozzi in coordinamento con l’aviazione della città di Misurata, precedentemente ostile.
L’Europa deve far crescere il coordinamento tra queste forze ed aiutare tutte le forze libiche (comuni, forze sociali, tribù) a dare una risposta politica unitaria. Un intervento occidentale in assenza di ciò delegittimerebbe il governo di Serraj e deresponsabilizzerebbe i gruppi armati libici. Spetterebbe invece alla risposta unitaria libica di cui sopra, eventualmente, chiedere un supporto aereo occidentale.

*European Council on Foreign Relations – Londra

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