Siamo in Libia, in missione, in prima linea: in zona di crisi. O crISIS. A curare e trasportare quindici degli oltre cento feriti dell’attentato del 7 gennaio scorso, quando un’autocisterna bomba ha colpito la scuola di addestramento di polizia Al Jahfal a Zlitan, sulla costa, 160 km da Tripoli. L’attentato più sanguinoso che si ricordi dal 2011 ha fatto registrare un bilancio di 74 morti su 400 presenti. Per questa situazione, Faiez al Sarraj avrebbe firmato una richiesta di soccorso indirizzata alle divise italiane sul territorio. Il nuovo premier a capo del Consiglio presidenziale ha l’arduo compito di trovare l’unità tra i frammenti di un Paese alla deriva estremista. E la missione affidatagli sembra impossibile: serrare il vaso di Pandora del caos africano – vaso che si credeva di chiudere e invece si aprì del tutto il 20 ottobre 2011, giorno della morte del dittatore sanguinario Mu’ammar Gheddafi.

Più che un Paese, la Libia è una questione, un dossier sempre più ampio, che dalla wilaya, il golfo di Sirte, arriva fino al sudsahariano golfo del Fezzan. Più che uno Stato, la Libia è il numero di una risoluzione Onu, la 2238, datata 10 settembre 2015, secondo cui la situazione nel Paese «costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale».

 

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