Driver 8 una volta guidava un taxi giallo nella Bay Area a San Francisco. Era fiero del suo lavoro. Fin quando sono arrivate le auto con i baffoni di Lyft e i suv neri di Uber. «Ogni volta che rifiutiamo una carta di credito creiamo nuovi clienti per loro», dice Driver 8, che una sera è stato fregato da un cliente con la solita scusa di andare a prendere i contanti in hotel. Non era certo la prima volta, ma ha giurato a se stesso che quella sarebbe stata l’ultima: «Non sarebbe accaduto a un autista di Uber», si disse. Così Driver 8 (pseudonimo di Jon Kessler), decide di diventare un tassista on-demand e passa a Lyft, la compagnia concorrente di Uber negli Stati Uniti.
Leggo la storia di Driver 8, per la serie On-Demand Diaries, sul mio smartphone, e mi trovo su un taxi di Barcellona che mi sta portando in aeroporto. I sedili tappezzati di pubblicità suggeriscono di scaricare un’app per pagare la corsa con la carta di credito. Il mio tassista ha trent’anni, la felpa con il cappuccio, le polaroid dei figli sul cruscotto e un paio di occhiali da sole con cui sarebbe stato possibile guidare anche sotto il sole del deserto. Gli chiedo se avrebbe mai lasciato il suo taxi per Uber. «Mai, per la questione della licenza», risponde. «Anche se mi piacerebbe non dovere sprecare benzina per andare a cercare i clienti».
Troppa solitudine nel lavoro online da casa. Aubrie Abeno, a lungo lavoratrice freelance on-demand, ha deciso di smettere. Dopo una laurea in giornalismo al college e un paio di delusioni nel mondo del lavoro, Aubrie si iscrive alla piattaforma Elance. «Potevo lavorare quando e come volevo. I miei esorbitanti costi da pendolare si erano ridotti e stavo raggiungendo una media di 900 dollari a settimana, per appena 40 ore di lavoro», racconta. Per fare cosa? «Il cliente che pagava meglio era uno che aveva richiesto delle trascrizioni di contenuti video e audio. Un altro voleva un articolo clickbait con questo titolo: “Un gatto gioca con una palla, non crederai mai a quello che è successo dopo”». Per i primi tre mesi Aubrie lavora a tempo pieno: «Era affascinante come immaginavo, digitavo in pigiama sul patio, baciata dal sole, con il gatto in grembo e un mimosa in mano; digitavo nella sala da pranzo in una domenica pomeriggio, con una playlist Spotify ottimista e un goccio di Baileys in una tazza di caffè fatto in casa; digitavo nel mio bar preferito, sorseggiando un bicchiere di vino. Potevo farlo, perché non c’era nessuno a dirmi di non farlo». Eppure decide di mollare: «È un lavoro solitario. Anche per un’introversa come me, i rapporti umani valgono ancora più dei soldi». […]

 

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