A Genova gli operai dell’ILVA sono in strada. Niente freddo o sonno, no, ma piuttosto la disperazione stanca di un Paese in saldo. Più che una tetta di statua qui siamo di fronte all’inscatolamento continuo della  dignità del lavoro, anche senza iraniani in visita ufficiale. Anche se fa meno notizia, meno clamore, meno antipatia. Ci si abitua a tutto, figurarsi se non avremmo potuto addestrarci ad una paranza di licenziamenti che ha i numeri di uno sterminio sociale, senza colpe, al solito senza colpevoli e con la solita italica assuefazione. Quindi no, la notizia non è degli operai stremati che si arruolano come sentinelle del fracasso e del presidio fisico con la paura di essere agli sgoccioli, al canto del cigno. No. Non fa notizia questo, no.

Ogni tanto mi chiedo, chissà com’è che non abbiamo nemmeno più le parole per raccontarli, quei padri piantati come erbacce sull’asfalto dell’ingresso di qualche fabbrica, con i calli alle mani dell’usura della preoccupazione ancora più che del lavoro, con quel loro impegno così commovente e patetico di convincersi che avranno modo di dare una spiegazione o annunciare una mezza buona notizia sguincio in casa, chissà come mai non interessano più nemmeno quegli altri, i loro colleghi più giovani, con quegli occhi spenti di chi non sa più che forma abbia un progetto appena più lungo di un mese di paga, con le facce di chi ha disimparato la serenità perché cresciuto al buio, di chi ha il vezzo di regalarsi un pieno all’auto, al massimo, ogni tanto.

Eppure quegli operai dell’ILVA di Genova Cornigliano hanno messo in scena il copione stonato della preoccupazione, come tutti gli altri operai in giro per l’Italia, imbacuccati dentro qualche maglione troppo largo e smunto, con le scarpe portate a casa buttate dentro il carrello sotto la pasta e il latte di qualche supermercato con i tabelloni delle offerte scritte a pennarello e i pavimenti appiccicosi di salsa, e loro, gli operai, lì fuori con le sigarette strozzatedal freddo e dalla rabbia, con un’influenza tenuta a bada perché non c’è il tempo di pensarci e con qualche striscione sciancato che comincia a sfilarsi sui bordi per l’umidità. Gli operai che urlano il diritto di potersi ammazzare di fatica hanno gli occhi tutti uguali, in qualsiasi città, da Catanzaro ad Aosta, quegli stessi occhi impolverati eppure liquidi.

Di fronte, succede a Genova come dappertutto, quegli altri impiegati alla catena di montaggio dell’ordine pubblico, impiegati nella fabbrica della messinscena dell’ottimismo: i poliziotti. Anche loro con le loro disperazioni, con lo stesso buco in mezzo al petto ma con l’ordine di non farsi sfuggire il malcontento. Tra i poliziotti, oggi, ci sono i figli di quegli altri che occupano le fabbriche. Tra i poliziotti, oggi, c’è lo stesso senso di sfregio del lavoro. Chissà se non ci hanno mai pensato, tutti e due, quegli e quegli altri, che sono sempre loro a ritrovarsi faccia a faccia vicino a qualche fuoco acceso appena fuori nel parcheggio. Chissà che forse, guardandosi negli occhi, non abbiano pensato di essere così simili, contrapposti su comando ma impauriti allo stesso modo. Contenuti gli uni, liberamente disperati gli altri.

Chissà cos’ha pensato Maria Teresa Canessa, funzionaria di polizia, soprattutto madre di tre figli gemelli, quando ha deciso di togliersi il casco, sciogliersi da quella posa militaresca che suona sempre così goffa in mezzo ai poveri diavoli, e tendere la mano. Quella stretta di mano tra la poliziotta e l’operaio deve essere arrivata come uno schiaffo dentro gli uffici troppo caldi dove stanno quelli che di solito i presidi e i poliziotti li guardano dall’alto, con un bicchierino di caffè. Chissà che non sia successo che dandosi la mano abbiano sentito di essere la stessa parte. Perché se è successo anche solo per un secondo allora quella foto e quella stretta di mano sono l’atto più politico degli ultimi mesi. Roba da tenersi la foto in tasca. Roba che il ministro avrebbe dovuto scendere dall’ufficio, prenderli tutte due sottobraccio e chiedergli qualche buon consiglio. Oltre che porgere le scuse. Anche.

Buon giovedì.

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