Le sue foto di Marilyn Monroe,  spumeggiante sul set di A Qualcuno piace caldo di Billy Wilder e persa in un mare di malinconica durante le riprese del suo penultimo film (Gli spostati di Huston), lo hanno reso celebre a livello internazionale. Insieme ai ritratti di Jacqueline Kennedy e di protagonisti politici da Che Guevara a Nixon.

Ma il talento di Elliott Erwitt (nato a Parigi nel 1928 da famiglia di emigrati russi e  dal 1953  nella squadra dell’agenzia Magnum) emerge soprattutto dagli scatti in bianco e nero realizzati casualmente per strada, quando  alla maniera di Henri Cartier- Bresson riesce a cogliere l’attimo, momenti unici, irripetibili,in situazioni quotidiane, in cui emerge il lato buffo, tenero, disarmante di noi esseri umani.  E qualche volta anche degli animali, che nell’opera di Erwitt spesso appaiono come antropomorfizzati. Basta pensare, per esempio, alle serie di fotografie in cui ritrae il mondo dei cani e dei loro padroni ( che paiono assomigliargli), su cui ha realizzato quattro diversi libri.

“Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l’aspetto delle cose, il tuo stato d’animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l’istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla”

– Elliott Erwitt

Una selezione di questi scatti sono in mostra  al Caos Museum di Terni dove, dal 4 febbraio al 30 aprile, approda la mostra itinerante Icons, nell’ambito di un  progetto espositivo di Civita e SudEst57, curato da Biba Giacchetti. Sono quasi una cinquantina di opere selezionate da un archivio di circa cinquecentomila diapositive, in cui compaiono anche importanti reportage dall’Egitto, dall’ Afghanistan, daglli Stati Uniti, accanto a una grande quantità di scatti europei. Colpiscono in particolare i ritratti in cui in maniera allusiva ma al tempo stesso incisiva Elliott Erwitt racconta il razzismo strasciante nella pur multietnica America ed è impossibile dimenticare quella sua fotografia scattata nel 1964 che ritrae la nuda geometria di Auschwitz.      @simonamaggiorel

gallery a cura di Monica Di Brigida

   @simonamaggiorel
Immagine in evidenza: Felix Gladys and Rover, Elliott Erwitt, New York, 1974, © Elliott Erwitt

Commenti

commenti