«Quando ho messo la penna sulla carta e ho scritto la prima frase della sceneggiatura: “diligenza che si fa strada in un paesaggio coperto di neve” non pensavo che sarebbe andata così e che The Hateful Eight diventasse un film politico». È in questo modo che Quentin Tarantino inizia a raccontare il suo ottavo film, ambientato qualche anno dopo la fine della Guerra Civile Americana, nella quale il Sud schiavista delle grandi piantagioni è stato sconfitto dal Nord yankee e industrializzato. «Scena dopo scena – spiega Quentin – i personaggi hanno cominciato a parlare, a discutere fra loro. È lì che mi sono reso conto del legame che c’era con le questioni che più caratterizzano la realtà politica e sociale dell’America di oggi e lo scontro fra democratici e conservatori. Poi abbiamo cominciato a realizzare il film e questa sensazione si è fatta più forte. Ci abbiamo messo un anno a completare le riprese, giravamo, andavamo a casa, vedevamo i tg, il giorno dopo commentavamo le notizie. E, mano a mano, l’epoca in cui è ambientato il film (all’incirca il 1870 ndr) si dimostrava perfetta per raccontare quello che stava avvenendo là fuori, nell’America del 2015. Perfetta più di quanto ci saremmo mai aspettati».
La realtà “là fuori” a cui fa riferimento Tarantino è soprattutto quella di Black Lives Matter. Quella del Far West contemporaneo in cui poliziotti bianchi sparano a ragazzi neri, spesso disarmati. Quella di chi protesta per dire che anche le vite degli afroamericani contano. E infatti gli Stati Uniti di oggi sembrano avere davvero molto in comune con il Far West raccontato da Tarantino. Lo stesso regista in merito ha una strana teoria. Strana ma estremamente convincente: «ogni epoca ha avuto un tipo di western diverso e sulla base di come venivano fatti i film western si riesce a capire molto della società che li ha prodotti. In The Hateful Eight parlo di un gruppo di brutta gente con troppe armi e nessun posto in cui andare. Se aggiungiamo che è gente senza diritti né legge e pure un po’ razzista, quello che ci resta è una bella tazza di caffè avvelenato da servire al pubblico». Insieme al giornale con le notizie del mattino, ovviamente.

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La realtà fuori dal set raccontata dagli attivisti di Black Lives Matter sembra davvero confermare la visione di mr. Tarantino. Si va dalle decine di video diffusi online e dalle emittenti all news in cui, in un duello impari e mortale, ragazzi neri sono fatti fuori a sangue freddo da agenti della polizia, fino ai comizi che tracimano di insulti razzisti del milionario Donald Trump. Quello che è successo nelle strade d’America lo scorso anno, mentre Quentin Tarantino era intento a girare lo sa bene Alicia Garza co-fondatrice di Black lives matter ed «È terribile, ma non è diverso da quello che è accaduto per un sacco di tempo nel nostro Paese e che magari era semplicemente meno evidente». Il commento di un’altra attivista, Ashley Yates, potrebbe poi essere una “morale” perfetta per il film: «Le persone hanno bisogno di capire che il silenzio si trasforma in connivenza. E che è assurdo chiedere a qualcuno di restare calmo e controllato di fronte a delle scene così dolorose (e reali ndr). Quando stai per essere ammazzato, non puoi permetterti di dire le cose sussurrando pacatamente». E questo infatti è proprio quello che non avviene in The Hateful Eight. Qui, diplomazia e pacatezza non sono il modo giusto per salvarsi la pelle. Lo spiega bene il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), unico nero in un covo di bianchi armati fino ai denti, che porta con sé nel taschino una lettera del presidente Lincoln a lui indirizzata come fosse una pistola nella fondina. Warren parla poco, ma quando apre bocca non sussurra mai. Soprattutto, come dice lui stesso in una scena del film, è consapevole del fatto che: «Un uomo nero non è mai al sicuro quando è disarmato di fronte a un bianco». […]

   @GioGolightly

 

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I protagonisti del film

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