Un Monti iberico? «Sarebbe una disgrazia». Josep Ramoneda non ha dubbi, in questa fase di profonda impasse trema per le sorti della sua Spagna: «Se Sánchez non riesce a formare un governo rischiamo le trovate più fantasiose e pericolose».
Si è votato lo scorso 20 dicembre, da allora il Paese non ha un governo: la gente come sta vivendo l’instabilità politica? Si tratta di un precedente storico?
I cittadini esigono che i politici risolvano il Sudoku consegnatogli dopo le elezioni: hanno giustamente ridato al Parlamento quella centralità, legittima, che spetta alle nostre democrazie, mentre in questi anni eravamo abituati a un sistema che prevedeva solo due candidati a governare il Paese, una maggioranza assoluta e l’egemonia dell’esecutivo rispetto agli altri poteri dello Stato. I due partiti principali, Psoe e Pp, avevano adottato una concezione patrimoniale del potere e ciò ha portato a un diffuso malessere, la decisione improvvisa di Podemos e di altre organizzazioni di dare rilevanza ai movimenti sociali, e di rappresentarli nelle istituzioni, ha completato l’opera.
Siamo all’inizio di una “seconda Transizione Democratica”?
Ritengo il termine esagerato, però è evidente che bisogna riformare a fondo il sistema per evitare che si ripetano assalti al potere dettati dal settarismo e dall’arroganza. Come il Pp, che ha governato e saccheggiato le istituzioni a colpi di maggioranza assoluta, senza interloquire con gli altri partiti e imponendo ai cittadini sacrifici e il regime di austerità espansiva. Il punto più basso è stato raggiunto con l’indipendentismo catalano, che durante il mandato di Rajoy è cresciuto dal 20 al 48% ricevendo sentenze dei tribunali come unica risposta politica. In atto c’è una reazione cittadina che richiede un cambio generazionale: Pp e Psoe tutelano principalmente gli over 50 – i quali costituiscono la riserva elettorale che permette loro di mantenere il potere – trascurando i giovani che preferiscono i nuovi partiti, come Podemos.

 

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