Da sempre le donne si esprimono attraverso il movimento del corpo, la danza, l’espressione del volto. Un linguaggio silenzioso che, spesso, dice più delle parole. Nella storia dell’arte c’è stato un momento negli anni Settanta, collegato ai movimenti di emancipazione delle donne, in cui le artiste hanno usato il proprio corpo al posto di tele e pennelli, per una libera espressione, ma anche come mezzo per  esprimere una protesta contro  i valori costituiti e conservatori. Arrivando ad estremi come quelli di Orlan che si sottoponeva a interventi di chirurgia plastica in opere di videoarte che assomigliavano piuttosto a documentari “sanitari”.

Negli anni Settanta artiste come Pina Pane, che costruiva le sue opere fotografando le ferite che si era procurata, e come Marina Abramovic, che mostrava il segno sanguinante della stella di David sulla pancia, diventarono protagoniste della scena artistica internazionale, ammirate ed emulate. I temi pacifisti, la lotta contro i pregiudizi millenari sulle donne alimentati dalla società patriarcale e dalla Chiesa si traducevano così in perfomance, fotografie, video che esprimevano un profondo malessere, in documenti brucianti, ma che non sempre riuscivano ad andare oltre il grido di denuncia.

La mostra Gestures- women in action, aperta fino al 10 aprile, a Merano Arte propone un viaggio nella body art, attraverso foto storiche, che ducumentano e permettono di conoscere questo fenomeno artistico e sociale.  Presentando quaranta opere  – fotografie, video, oggetti e collage –  firmate da Yoko Ono  (che con il movimento Fluxus anticipò l’estetica della body art intesa come performance), da  Marina Abramovic, Valie Export, Yayoi Kusama, Ana Mendieta, Carolee Schneemann, Charlotte Moorman, oltre alle già citate Gina Pane e Orlan, per arrivare poi alle esperienze più recenti di artiste come Sophie Calle, Jeanne Dunning, Regina José Galindo e Shirin Neshat.

L’artista iraniana è forse la personalità di maggiore spicco in questa mostra, insieme alla francese Sophie Calle. Lascita Teheran, Neshat si è trasferita negli Usa dove negli anni Novanta  ha sviluppato  una ricerca sul tema dell’identità femminile e sull’oppressione che la religione esercita in particolare proprio sulle donne. Un’estetica raffinata caratterizza le sue foto in bianco e nero in cui campeggiano donne velate con complesse calligrafie arabe tracciate sulla pelle. Nella parte della mostra più specificamente incentrata sugli  anni  Settanta s’incontrano foto e video che documentano alcune delle performance estreme di Marina Abramovic attraverso le quali ha esplorato i limiti della sopportazione fisica, le potenzialità della mente e della concentrazione. Ma soprattutto c’è lo storico video e alcune foto di Mario Carbone che testimoniano la performance Imponderabilia (1977)  che l’artista  serba realizzò con il compagno e artista Ulay e poi il video di Balkan epic presentato alla Biennale di Venezia e il video in particolare in cui Abramovic, seduta su un cumulo di ossa cercava di ripulirle dal sangue, evocando così i massacri nella ex Jugoslavia.

Nella sala attigua s’incontra invece Blood sign (1972) dell’artista cubana Ana Mendieta, ispirato ad antiche culture indigene, ma anche – su un versante più di protesta – il lavoro dell’artista austriaca Valie Export, che ha sostituito il cognome paterno e del marito con una scritta a caratteri cubitali che rimanda alla marca di sigarette austriache “Export Smart “. E ancora: ecco l’americana Carolee Schneemann, con la performance Ice naked skating (1972), oltre che un’opera parte della serie Eye Body (1963),e la star internazionale Sophie Calle, con Mon ami (1984), dal sapore voyeuristico, che esplora il tema dell’identità e intimità femminile, interrogandosi sul confine tra esperienza pubblica e privata. Da segnalare, nel percorso espositivo anche Il sale della terra (2006) della giovane fotografa italiana Silvia Camporesi, che «ha saputo creare un universo molto delicato e poetico, abitato da lei stessa in una chiave intimista e quasi teatrale», come scrive il curatore della mostra Valerio Dehò. «Più provocante la triestina Odinea Pamici che con Ballo per Yvonne (2005) gioca con gli stereotipi femminili, con i simboli del matrimonio e della cucina come spazio consacrato alla donna dalla tradizione».

   @simonamaggiorel

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