Acque di Agrigento, altro gommone, altri corpi in mare. Su forse 30, i migranti provenienti dalle coste del Maghreb, due i morti. “Solo due”. Quasi una non notizia, “troppo pochi”.
E allora basta ascoltare l’allarme lanciato congiuntamente da Oim, Unhcr e Unicef: due come i bambini che ogni giorno, da settembre a oggi, hanno perso la vita nelle acque del Mare nostrum. Due bambini al giorno, 60 al mese, 338 da settembre a oggi. Trecentoquaranta domani.
Centinaia di piccoli Aylan e neonati senza nome, in questo flusso continuo che si accascia sulle nostre coste. Uno dopo l’altro come le onde.
Il numero in realtà, potrebbe essere anche maggiore, considerato il numero dei dispersi.
Ammesso e non concesso che non si possa far fronte a ciò che spinge a partire queste, famiglie, le ong fanno appello al buon senso: «Gli Stati possono e devono cooperare nello sforzo di rendere questi pericolosi viaggi più sicuri. Nessuno metterebbe un bambino su una barca se fosse disponibile un’alternativa più sicura», ha detto Anthony Lake, direttore esecutivo dell’Unicef. «Non possiamo voltarci dall’altra parte davanti alla tragedia della perdita di così tante vite innocenti o fallire nel fornire risposte adeguate rispetto ai pericoli che molti altri bambini stanno affrontando».

Dall’inizio dell’anno (sei settimane, 42 giorni, 84 bambini), delle 95mila persone che hanno attraversato il Mediterraneo nel solo 2016, ne sono annegate 410. Con un aumento del 35% di morti rispetto all’anno scorso, anno costato la vita a quasi 4000 persone (per 1.015,078 arrivi dal mare, 6.589 dei quali sulle coste italiane).
Il 34% di questi migranti, è un bambino. E «le probabilità che anneghino nel Mar Egeo nella traversata dalla Turchia alla Grecia è aumentata proporzionalmente», spiegano le associazioni umanitarie.

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«Questo non è un problema solo del Mediterraneo, né solo dell’Europa. Quella che sta avvenendo è una catastrofe umanitaria che chiede l’impegno di tutto il mondo», ha dichiarato il direttore generale dell’Oim, William Lacy Swing, paragonando la tragedia al terremoto di Haiti del 2010 o allo tsunami in Asia del 2004. «In risposta a quei disastri ci fu un’enorme manifestazione di azione umanitaria. La stessa è necessaria in questo caso. Contare le perdite non è sufficiente».
Il 30 marzo a Ginevra, Ban Ki-moon ha convocato una riunione ad alto livello per affrontare a livello globale il tema della responsabilità condivisa.

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