«Questa è Goteborg. Un attacco non ci chiediamo se avverrà, ma solo quando». È questo il racconto di un greco che vuole rimanere anonimo e parla via Skype dalla città scandinava dove i Sapo, i servizi segreti svedesi, hanno alzato per la prima volta nella storia del Paese il livello d’allerta terrorismo a livello quattro. Quattro su cinque. Ovunque, in Svezia, il rischio è altissimo ma Goteborg è «fuori da qualsiasi altra statistica». Più in alto. Sirpa Franzen, ufficiale Sapo, sa che è la città con il più alto tasso di reclutamento del Califfato in Europa. Dei 280 combattenti partiti dalla Svezia, 120 sono di Goteborg o dei suoi distretti adiacenti, Bergsjon e Angered. La cittadina è un serbatoio di giovinezza martire per l’Is e una sala d’attesa per chi è tornato indietro dal Levante. Il primo arresto di stranieri legati alla jihad in città è avvenuto a luglio scorso. Allora Sirpa ha dichiarato: «È la prima volta in Svezia che arrestiamo qualcuno accusato di terrorismo in Siria». Su un dossier dove c’è scritto azzurro su blu “proteggeremo la Svezia e la sua democrazia” Anders Thornberg, a capo dei Sapo, scrive che «le primavere arabe hanno aperto nuove opportunità per i terroristi per operare in territori chiusi finora». Procede analizzando sul territorio gli Al Quaeda inspired network e i lone wolves, i lupi solitari: i primi per attacchi su larga scala, su piccola i secondi. «Ma gli svedesi ti rispondono ancora con umorismo nordico se testi il loro panico da attentato: dicono no, ho paura del winter virus, della febbre da gelo siderale», ci dice ancora il greco.
Il Paese che ha ospitato nel 2015 più migranti pro capite in Europa (163mila richiedenti asilo) è anche dunque quello che ha fornito più combattenti all’Is. Ne ragiona ad alta voce il poliziotto Ulf Bostrom: «Siamo un Paese unico che ha goduto di 200 anni di pace, ospitiamo rifugiati da tutto il mondo che ci spiegano cos’è la guerra. Ma in Svezia abbiamo Al Quaeda, Al Shabab, Is: we have it all». «Li abbiamo tutti». Alcuni di quelli che Bolstrom chiama young people che credono di avere no future e si immolano alla causa della jihad sono tornati dalla Siriaq: «Sono almeno 100, conosciamo perfino il numero di previdenza sociale, il Governo gli garantisce ancora assistenza sanitaria». Cioè non li arresta.
Non sono solo uomini, comunque. Molte ragazze partono, scrive Magnus Ranstrop, della Swedish Defence University, perché «guardano i combattenti come pop star». Delle trenta ragazze partite volontariamente dalla Svezia la maggior parte era residente a Stoccolma e, ancora, a Goteborg.
Il terrorismo è però così una vena sottilissima che è riuscita ad infilarsi, confondendosi, nel fiume della disperazione dei migranti. E adesso il paradiso dei biondi scricchiola. Il Paese fa i suoi conti: dei 58mila migranti arrivati nel 2014 il diritto d’asilo è stato concesso al 55 per cento. Dei 21mila destinati all’espulsione 14mila sono scomparsi e vivono in Svezia underground. Il 24 novembre scorso il premier Stefan Lofver aveva dichiarato «we can’t simply do it anymore» e forse nessuno l’aveva sentito. Il Ministero degli interni Anders Ygeman è stato più chiaro in seguito: ce ne sono da rimpatriare 80mila «volontariamente o con la forza». La prima pagina della Migrationsverket, l’agenzia svedese per i migranti, ha avuto per qualche giorno un messaggio d’apertura fin troppo chiaro: no longer available for accomodation. Perfino Ikea aveva finito le sue scorte: magazzini e depositi vuoti significa migranti senza materassi. Adesso «abbiamo ripristinato i controlli ai confini esattamente com’era prima di Shenghen», dice il poliziotto Stephan Ray.
Lo spettro di qualche notte fa, del buio di San Silvestro che ha cambiato la Germania a Colonia a Capodanno, sta silenziosamente rimodellando la Svezia da Malmo in poi. […]

 

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