Hillary Clinton ha stravinto le primarie in South Carolina con più del 73% dei voti. Lo Stato che otto anni fa segnalò al mondo che Barack Obama era forte, competitivo e sarebbe stato un grosso guaio per la allora candidata predestinata a vincere la nomination democratica, stavolta le sorride.
A determinare una vittoria schiacciante di Hillary sono due fattori: una partecipazione molto alta di afroamericani alle urne (anche se rispetto al 2008 ai seggi è andata meno gente, ma quello fu un anno record) e un messaggio che finalmente sembra essere quello giusto per lei. Dopo la vittoria in Nevada, Clinton è uscita sul palco e ha fatto il miglior discorso della campagna, parlando a braccio, rilassata, elencando idee in maniera non ingessata come al solito. Nei giorni di campagna in South Carolina questa sensazione di aver finalmente trovato la quadra a una campagna piena di intoppi si percepiva nei comizi e nell’organizzazione.
19834557-standard
La grande partecipazione degli afroamericani non è solo un elemento interessante che ci dice che la minoranza, accesa nella voglia di cambiare la propria condizione da Black Lives Matter e tutto il resto capitato in quesit mesi sul fronte della battaglia contro la discriminazione, darà un contributo determinante ai democratici come nelle ultime due elezioni presidenziali, ma anche che la macchina Clinton in South Carolina ha funzionato bene e ha saputo portare gente ai seggi. La presenza di cinque mamme di ragazzi afroamericani uccisi dalla polizia, tra cui quella di Trayvon Martin, che la sostenevano in South Carolina è anche un segnale di forza e di impegno su un tema che è diventato centrale.E nel discorso in South Carolina, Hillary ha citato le madri, mostrando di essere decisa a continuare a parlare della necessità di riforma del sistema penale.

E siccome il SuperMartedì (tra due giorni) si vota in molti Stati del Sud (Alabama, Arkansas, Georgia, Tennessee, Texas, Virginia), il fattore minoranza afroamericana peserà molto e sarà un vantaggio per Hillary. Clinton ha anche mandato un messaggio a Trump: «Non dobbiamo costruire muri per rendere l’America grande, ma abbattere barriere». Un messaggio destinato a essere la formula di attacco contro il miliardario se lei e TheDonald saranno i nemici che si affronteranno a novembre.
E Bernie Sanders? Il Sud non è e non poteva essere il suo territorio, mentre lo possono essere il Minnesota e altri Stati della cosidetta Rust Belt, la cintura della ruggine, quegli Stati dove in tempo sindacati e fabbriche erano il centro della vita e oggi sono un ricordo sbiadito, non sempre sostituito da un’industria dei servizi o altro. Stati con un elettorato più bianco, che più facilmente si indentificherà con Bernie, il suo accento, il modo di presentare i temi. Sanders non si fermerà: ha una macchina in ottima forma, idee, volontari e soldi. Il suo messaggio, dopo aver duellato con Clinton, è tornato a essere quello originario, quello che lo ha fatto crescere nei sondaggi: Wall Street e il suo strapotere, la scandalosa forbice tra il reddito dei super ricchi e tutti gli altri. Parallelamente Sanders ha diffuso dei video rivolti alle minoranze, specie agli ispanici. L’obbiettivo – naturalmente non dichiarato – è quello raggiunto fino a oggi: spostare la discussione democratica e nazionale a sinistra. Operazione perfettamente riuscita che Bernie, comunque vada, porterà fino alla convention di Philadelphia.

Commenti

commenti