Hillary Clinton contava su una cosa per vincere in Michigan: il No di Berne Sanders al salvataggio dell’industria dell’auto. Non ne aveva considerate due: la sua posizione sui trattati di commercio internazionale e una altissima partecipazione dei giovani alle primarie. E così, sebbene per un soffio – 50% a 48% e quindi non con un grande salto in avanti in termini di delegati – Bernie Sanders si è preso lo Stato dell’auto.

Il segnale per Hillary è forte: i sondaggi le assegnavano un vantaggio netto. Erano sbagliati anche quelli, proprio perché nessun sondaggista aveva previsto che la campagna Sanders sarebbe riuscita a motivare i giovani in maniera tale da farli diventare il 20% degli elettori totali. Quanto i senior over 60, una cosa inaudita alle primarie, dove sono le fasce di meno giovani, più avvezze alla politica, che fanno la parte del leone.

Un successo e una buona notizia per i democratici: gli exit poll dicono anche che la larghissima maggioranza degli elettori è soddisfatta di entrambi i candidati. La preoccupazione per Clinton, che però ha vinto il Mississippi 80% a 20% – prendendosi quindi la maggior parte dei delegati – è che nella Rust Belt, l’enorme zona che un tempo fu il cuore pulsante dell’America industriale, Sanders potrebbe andare forte e lei avere difficoltà. I trattati del commercio, il TTP e il TTIP (che coinvolge l’Europa) preoccupano operai ed ex operai ce hanno visto le fabbriche volare in Messico con il Nafta e in Cina con il Wto. In Michigan sanno che rischi si corrono a liberalizzare il commercio e a togliere regole. E non vogliono nuovi trattati. Ora, Clinton ha detto di essere contraria – il suo punto di distanza maggiore da Obama – ma lo ha fatto in questa campagna elettorale, cambiando opinione rispetto al passato. E Sanders lo ha ricordato agli elettori. Ciò detto, entrambi i candidati, hanno parlato con rispetto gli uni degli altri e attaccato gli avversari. Tutto sommato un segno di unità se paragonato alla guerra interna senza esclusione di colpi a cui si assiste all’interno del partito repubblicano (i discorsi qui sotto in un montaggio del Washington Post).

Nel discorso alla stampa prima di ripartire Sanders ha spiegato tre cose: ci davano per morti, siamo vivi e abiamo vinto tre caucuses e uno Stato; abbiamo le risorse e i volontari che danno una grande spinta alla campagna; nel midwest e nella costa ovest faremo molto bene. Probabile abbia ragione, e anche se no riuscirà a ottenere la nomination, avrà contribuito in maniera netta a posizionare e cambiare la linea politica del partito democratico. Se dovesse vincere Hillary, e volesse che i giovani di Sanders le diano una mano dal punto di vista organizzativo e si presentino ai seggi a novembre, alcune posizioni di Bernie dovranno per forza essere prese in considerazione. (qui sotto 30 secondi sulla storia e le battaglie che hanno portato alla creazione dei sindacati in Michigan)

Sul fronte repubblicano le notizie sono due: il muro contro Trump non ha funzionato e Rubio, la speranza repubblicana, uno che appena giunto sulla scena nazionale sembrava destinato alla Casa Bianca, la risposta ispanica e repubblicana a Obama, è fuori dai giochi. Non sono serviti  i sostegni, i soldi, l’appoggio di Romney: Trump ha vinto tre Stati su quattro con almeno dieci punti di vantaggio, al Sud come al Nord, Cruz ha vinto nell’ultraconservatore Idaho e Rubio è spesso arrivato terzo dopo il governatore dell’Ohio Kasich, che vincerà il suo importante Stato e in Michigan è arrivato a un millimetro da Cruz. Il senatore texano continua ad accumulare delegati e a inseguire, ma se il miliardario newyorchese dovesse vincere la Florida e l’Ohio i giochi sarebbero fatti, le trincee del partito repubblicano travolte e il partito sarebbe cambiato per sempre – difficile prevedere cosa diventerà.

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