Pare che i tre giorni di lavoro in più rispetto all’anno precedente, che il 2015 – per pure ragioni di calendario – ci ha regalato, contino poco più dello 0,1% di aumento del Pil. Mettendo quei tre giorni nelle statistiche e arrotondando per eccesso anziché per difetto, l’Istat ha potuto portare la crescita del Prodotto Interno Lordo nel 2015 allo 0,8% dallo 0,6 che era. Subito proclami trionfali del governo e invito ai gufi di tacere.
Bene, Left riconosce volentieri cha il segno più del Pil è meglio del segno meno, che il numero dei contratti stabili sta aumentando, che la fiducia nel governo ha ridato il sorriso a una parte degli imprenditori, che se continuasse il trend positivo molte famiglie spenderebbero volentieri quel poco che avevano accantonato in attesa di giorni magri. Purtroppo però non si fanno nozze coi fichi secchi né miracoli con lo zero virgola. Tanto più che la Francia è cresciuta dell’1,2%, la Germania dell’1,7, la Spagna del 3,2 e l’Irlanda addirittura del 7%. Eppure, i governi di Spagna e Irlanda sono stati appena sconfitti nel voto perché gli elettori si sono convinti che questa ripresa non sia in grado di rilanciare la corsa ai consumi né di dar lavoro ai giovani che lo cercano.
Ha senso, allora, litigare sui decimali della crescita, o non è meglio aprire un grande dibattito sul futuro del Paese? Proporre scelte coraggiose di politica industriale, rilanciare gli investimenti sia pubblici che privati, combattere la corruzione, vera palla al piede – e un grafico che gira a Bruxelles lo evidenzia – dell’Italia come della Grecia. Di questo parlano a Left Cesare Romiti e Vincenzo Visco.
Intanto l’Italia è chiamata a scelte impegnative di politica internazionale. Perché la Grecia rischia di essere lasciata di nuovo sola, questa volta di fronte ai migranti che sbarcano sulle sue coste a un ritmo di 1.400 per giorno. Oltretutto, se le frontiere verso nord resteranno serrate, questi profughi attraverseranno Albania e Adriatico alla volta della Puglia.
Perché è indecente che si intenda pagare Erdogan tacendo – questo almeno Renzi non l’ha fatto – sui suoi attacchi alla stampa e ai curdi per ottenere che la Turchia, trattenga a qualunque costo i profughi. Siamo passati dall’amico (di Berlusconi) Muammar all’amico (della Merkel) Tayyip, scrive l’ambasciatore Roberto Toscano.
Perché non fermeremo il califfo e i suoi tagliagole se non provvederemo a sostenere la Tunisia con soldi, assistenza, armi (se serve) e se non lasceremo finalmente al suo destino la dinastia saudita, che da due secoli e mezzo propaga il peggiore fondamentalismo, ricatta i musulmani controllando i luoghi santi, irrora molte tasche occidentali con il mare di petrolio in cui sguazza.
La sfida del Mediterraneo ha ormai investito l’Europa e noi italiani dobbiamo scegliere con chi stare: se con Orbán o con il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che chiede in queste pagine di aprire le frontiere e far vincere l’accoglienza. Come dobbiamo decidere, noi italiani, se sia più utile uscire temporaneamente dall’euro per salvarci dal rigore tedesco, come sostiene Stefano Fassina, o se invece – come scrive Massimo Florio – l’euro non sia di destra e una diversa politica economica possibile proprio nella moneta unica.
Un confronto cruciale, che riguarda sia il centro-sinistra che governa sia la sinistra che vuole costruire un soggetto all’opposizione e che non può pensare solo a ritagliarsi un piccolo spazio elettorale tra Partito della Nazione e Movimento della Nazione, tra Renzi e Di Maio.
Noi di Left cercheremo di suscitare questo confronto, senza settarismi, senza tacere le difficoltà della sfida e in modo pubblico. Perché la politica non è solo tecnica né solo tattica e riguarda, come nella Grecia antica, l’agorà, cioè l’assemblea di tutti i cittadini.

Questo editoriale lo trovi sul n. 11 di Left in edicola dal 12 marzo

 

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