Quanti grattacapi, questi figli. Dopo le avventure – giudiziarie, s’intende – del Trota, ora tocca al primogenito del Senatur: Riccardo Bossi. Il Tribunale di Milano lo ha condannato a un anno e otto mesi per appropriazione indebita aggravata: 158mila euro di spese personali con soldi pubblici. Soldi del Carroccio, che il figliolo deve aver preso per una ditta personale, e che sono stati usati, a detta dei magistrati, per pay tv, bollette, noleggio auto, mantenimento dell’ex moglie e salute del cane. Naturalmente, il tutto viene pagato a sua insaputa, come spiega l’avvocato difensore Francesco Maiello, con una tesi che ha un fondo di tenerezza: «Chiunque di noi quando chiedeva i soldi al papà non sapeva da dove lui li prendesse».

Bossi junior chiamava la segretaria, Loredana Pizzi, girandole la fattura, che comunicava l’importo al papà – con cui Riccardino faceva fatica a parlare per questioni di impegni – e i pagamenti venivano effettuati per ordine del capofamiglia e capopartito. Mai parlato con il tesoriere Belsito. «Lui non c’entra con il partito», ha proseguito l’avvocato. Fa niente se dalla Lega Nord ricevesse 3.200 euro al mese per sponsorizzarla all’estero durante le gare automobilistiche. E poi, è un bravo ragazzo, ci tiene a sottolineare l’avvocato: «il mio assistito è indipendente da quando ha 22 anni: per una sola vola nella sua vita, nel 2011 (anche se il periodo esaminato nell’indagine va dal 2009 al 2011, ndr), ha avuto bisogno del padre, per il resto se l’è sempre cavata da solo». Difficoltà economiche, c’è la crisi, la vita (soprattutto quando fatta a spese dei contributi pubblici), costa.

Quella di Riccardo Bossi è la prima sentenza dopo lo scoppio dello scandalo sui fondi del partito emerso nel 2012. Un probabile apripista per sentenze che seguiranno, non perché, come ha dichiarato l’avvocato, si tratti di una «sentenza mediatica», ma più realisticamente a causa della quantità di persone coinvolte nell’indagine. Fra gli imputati nel processo ordinario (ancora in corso) con l’accusa di truffa ai danni dello Stato, anche il capobastone Umberto, il fratellino Renzo, e sopratutto il tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito. Per quest’ultimo, la Procura di Genova ha ordinato il sequestro di beni mobili e immobili: avrebbe sottratto al fisco importi per oltre 7,5 milioni derivanti dall’appropriazione indebita di somme provenienti dalle casse della Lega Nord.

Una prassi talmente estesa, come dimostra la cartelletta “The family” trovata in una cassaforte nell’ufficio romano Belsito, che persino i pm sono comprensivi con Riccardo, che ha potuto dunque beneficiare delle attenuanti generiche e conseguente riduzione di un terzo della pena: «Il malcostume era così radicato nella gestione del denaro da parte degli amministratori – ha affermato il magistrato Filippini nella requisitoria del processo – da abbassare la piena consapevolezza del disvalore» dei loro comportamenti illeciti.

Commenti

commenti