Don Giuseppe Diana fu ucciso nella sagrestia della sua parrocchia il 19 marzo di 22 anni fa. «Dissero che era donnaiolo, forse peggio», mi ricorda Pierfrancesco Diliberto, per noi tutti Pif, regista de La mafia uccide solo d’estate, il film che ha riscosso tanto successo e che ora diventa fiction. «Il meccanismo è sempre lo stesso – prosegue – a Palermo, a Napoli o al Nord, e senza che si siano messi d’accordo. Perché non scendi in piazza quando hanno ammazzato un prete? Perché ripeti con il mafioso “in fondo se l’è andata a cercare, forse gli piacevano le donne, forse nascondeva armi”. Cosa tremenda per chi lo dice e ancora di più per chi ci crede. Finge di crederci, perché conviene, perché così si sta nella cultura mafiosa, anche se sa bene che non è vero». Proprio per ricordare Peppe Diana, il 19 marzo Pif è a Casal di Principe, dove presenta anche l’app NOma-museo urbano No mafia, un percorso multimediale sui luoghi degli attentati palermitani narrati da voci della cultura e dello spettacolo.

Che succede nel mondo dell’antimafia – gli chiedo – dopo un quarto di secolo di proclami il movimento si interroga su se stesso, si chiede se per caso non stia diventando il luogo in cui qualcuno si finge quello che non è? Accuse e contro accuse, imprenditori in odore di mafia ma con il distintivo antimafia? «Qualche cosa che non va, c’è. La gestione che si è fatta dei beni mafiosi è stata in qualche caso uno scandalo. Io però la vedo in modo ingenuo, guardando ai caratteri e al confronto che è difficile. Uno che guida la mobilitazione antimafia è difficile che abbia un carattere timido, tranquillo. In genere si tratta di personalità forti e di caratteri ingombranti. Se vuoi promuovere una manifestazione, la prima cosa che ti viene è di riunire i familiari delle vittime ma è impresa titanica, uno non vuole l’altro e l’altro fa l’analisi del sangue all’altro ancora».

Ma Luigi Ciotti ci riesce. A proposito, sarai a Messina, il 21 per la marcia di Libera nel primo giorno di primavera?

«Quel giorno sarò qui a Palermo in una scuola di Ballarò. Don Ciotti, certo, riesce a mettere insieme tante persone, ma proprio lui è stato a mettere in guardia sull’uso di parole come antimafia e legalità. E ho visto che qualcuno lo ripaga dicendo che anche Libera non è sempre stata al livello. Non sai a quanti amici sento dire che anche Luigi Ciotti è vittima di queste cose, di questi confronti fra caratteri. Io mi tengo fuori, per fortuna, faccio il cazzaro e cerco di mantenere un profilo più ingenuo».

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