Il nuovo romanzo di Jonathan Coe racconta in un potente affresco in chiave noir l’assassinio delle speranze politiche della generazione che aveva creduto in Tony Blair.
L’autore ne parla il 21 marzo alla Feltrinelli Libri e Musica di Milano e il 22 marzo alla Scuola Holden di Torino

È una favola nera, con toni quasi da horror, il nuovo romanzo di Jonathan Coe, costruito come un grande affresco di storia inglese a partire dall’invasione dell’Iraq del 2003, per arrivare alla crisi finanziaria del 2008 e oltre. In http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/numero-undici/ (Feltrinelli) con il piglio del miglior giallo inglese e suspense alla Psyco di Hitchcock, Coe racconta l’assassinio delle speranze politiche di una generazione di sinistra delusa dalle politiche neoliberiste di leader laburisti come Tony Blair. I contorni storici del romanzo sono precisi, così come il racconto del declassamento della middle class e della miseria nera con cui si trovano a combattere disoccupati, bibliotecari finiti sulla strada per la chiusura dei presidi di quartiere e artisti costretti a riciclarsi nei reality show. L’ironia corrosiva è quella del miglior Jonathan Coe, ma – ecco la novità – la narrazione vira al fantastico, con accenti da realismo magico e perfino da letteratura gotica, con case nel bosco che sembrano quelle dei fratelli Grimm, sentieri che non portano da nessuna parte e improvvisi voli di uccelli rapaci. C’è molto Dickens in Numero 11, ma anche lo slancio socialista e utopico di H.G.Wells. Ma, soprattutto, c’è lo sguardo nuovo, ingenuo, irrazionale e generoso di due bambine, Rachel ed Alison, le protagoniste, che vediamo crescere di pagina in pagina, in mezzo a vecchie conoscenze che abbiamo incontrato nei romanzi precedenti dello scrittore inglese.

Un romanzo cult come La famiglia Winshaw ha compiuto vent’anni. E in Numero 11 ritroviamo alcuni personaggi di allora. Jonathan Coe, qual è il filo rosso che lega questi due romanzi?

Non ho mai pensato di scrivere un sequel. Ma sempre di più, avendo scritto ormai molti romanzi, non li vedo come singoli lavori, piuttosto li sento come capitoli di una narrazione in continua evoluzione e sviluppo. La famiglia Winshaw resta per me una metafora sul potere che le elite economiche e di governo esercitano su tutti noi. Quando mi sono reso conto che in Numero 11 riemergeva quel tema mi sarebbe suonato strano non far riferimento alla famiglia Winshaw. Contento, però, che molti dei protagonisti fossero morti alla fine di quel romanzo. Significava una cosa ovvia: che non potevo scrivere un’altra storia che avesse quei protagonisti. Potevo solo prendere dei personaggi minori, il che si è rivelato per me molto più interessante.

«C’è un momento in cui una generazione ha perso la sua innocenza politica. Noi la perdemmo con la morte di David Kelly» dice Laura, in Numero 11. «Una persona perbene era morta ed erano state le bugie costruite intorno a determinarla». Il suicidio dello scienziato Kelly mise in luce le responsabilità di Tony Blair nella costruzione di fittizie motivazioni per attaccare l’Iraq. Per questo è un punto chiave del romanzo?

È il punto di partenza, ma non è al centro della narrazione. Da molti punti di vista Numero 11 è il più paranoico dei miei romanzi nel senso che mostra persone le cui vite sono regolate da forze misteriose e sinistre che non riescono a capire. Mi sono sentito così dalla crisi del 2008 quando diventò chiaro che i nostri risparmi non erano al sicuro nelle mani di chi, invece, avrebbe dovuto occuparsene. La morte di David Kelly crea una certa atmosfera, volevo indirettamente rendere l’idea che la vita politica oggi è piena di misteri che sono chiari a chi ricopre posti chiave del potere, ma che rimangono oscuri, inesplicabili, per la maggioranza di noi, per l’opinione pubblica in generale.

In un’intervista lei ha detto che l’elezione di Jeremy Corbyn è stata una sorpresa che segna una discontinuità nel Labour party. Il tatcherismo ha avuto un seguito con Blair e Milliband?

Le classi dirigenti, in particolare le elite finanziarie, sono ormai così potenti che nessuno nel Regno Unito osa attaccarli. Certamente Tony Blair non faceva mistero dell’ammirazione che nutriva per le istituzioni finanziarie né su quanto la politica dipendesse da esse. E anche oggi che per la prima volta in più di trent’anni abbiamo un Labour party con una agenda di sinistra non apologetica verso i poteri forti, il portavoce del partito sui temi finanziari è ancora costretto ad andare in televisione per spiegare quanto lui ammira gli imprenditori della Gran Bretagna e i “creatori di ricchezza”. Mi sembra un’ironia della sorte che una delle principali conquiste della signora Thatcher, che per molti versi era una populista democratica, sia stato il controllo della vita pubblica britannica attraverso le banche.

La commedia può essere un anestetico in momenti politici così drammatici come quello che oggi, lei ha scritto. Qual è lo strumento narrativo più incisivo ed efficace?

Qui in Gran Bretagna siamo molto orgogliosi della nostra tradizione di satira politica. Pensiamo che sia un modo per costringere i politici a rendere conto del loro operato e al tempo stesso per far in modo che non si prendano troppo sul serio. Certo, fa piacere ridere di quello che combinano, di tanto in tanto. Ma penso anche che in anni recenti siamo arrivati a sovrastimare il potere della commedia. La commedia è un modo per riconciliarci con la situazione in cui ci troviamo a vivere, non è un modo per cambiarla. La satira più potente, a mio avviso, è quella che sfida e interroga le nostre convinzioni, invece di confermarle. La satira dovrebbe farti sentire a disagio. Perciò in questo romanzo, invece di scrivere sempre in chiave di commedia, sono ricorso a modi narrativi dell’horror, per creare questa sensazione di disagio e qualche volta addirittura di disgusto nel lettore.

Per finire una domanda su Londra che è stata al centro del suo intervento a Libri Come a Roma. Come è cambiata durante il doppio mandato del conservatore Boris Johnson?

Vivo a Londra da trent’anni e non sarei qui se non l’amassi. È una città fantastica che anticipa le tendenze piuttosto che inseguirle. Purtroppo oggi il costo della vita in centro continua ad aumentare e questo fa sì che le persone comuni – persone che non guadagnano ingenti somme di denaro – siano costrette a trasferirsi altrove. Insegnanti, medici, addetti alla pulizie che permettono alla città di funzionare, sono costretti ad andare a vivere nelle più remote periferie, affrontando viaggi di oltre due ore per arrivare al lavoro, mentre il centro di Londra è preda di investitori che vedono le case solo come una fonte di guadagno, non ci vivono e non sono interessati a farlo e tanto meno a contribuire alla vita della città. Alcune parti di Londra oggi sembrano spaventosamente vuote, come in una città fantasma, perché i proprietari non ci abitano. Il problema come accennavo è la speculazione. Boris Johnson è un tipo buffo ma non credo che veda qualcosa di sbagliato in questa situazione. Come molti politici di destra considera la città un terreno di conquista per sé e per i suoi, per i ricchi e per chi ha già molti privilegi. @simonamaggiorel

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Questo articolo continua sul n. 12 di Left in edicola dal 19 marzo

 

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