Cinque funzionari e dipendenti del centro oli Eni di Viggiano, i provincia di Potenza – dove viene trattato il petrolio estratto in Val d’Agri – sono stati posti agli arresti domiciliari perché ritenuti responsabili, a vario titolo, di «attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti». Indagato è anche Gianluca Gemelli, fidanzato della ministra per le Attività produttive, intercettata mentre discute con lui di un emendamento che favorirebbe Tempa rossa, il progetto di estrazione di petrolio gestito dalla Total e contestato dagli ambientalisti.

Fissare un limite all’attività di coltivazione di idrocarburi in mare o continuare a oltranza? Il 17 aprile saremo chiamati a dire la nostra. Il governo parla di spreco di denaro e perdita di posti di lavoro. Ma cosa succede davvero dove il petrolio già si estrae? Cosa porta al territorio in termini di ambiente, economia e lavoro? La storia esemplare in Italia, anche se si tratta di giacimenti a terra, è quella della Val D’Agri, in Basilicata, regione con i più grandi giacimenti di petrolio d’Europa. I poco più di 10 kmq di superficie, sono in gran parte intessuti dell’oro nero. Nel terreno a causa di 20 anni di sversamento dei barili della Total, nei campi non bonificati dalle vasche contenenti rifiuti petroliferi dell’Eni, nei laghi e persino nelle arnie. Ma è dentro e attorno al Parco nazionale dell’Appennino lucano e della Val d’Agri-Langonegrese che il concentrato è particolarmente evidente.

Qui, a Viggiano, da vent’anni tratta idrocarburi e moltiplica pozzi e concessioni il Cova, Centro olio Val d’Agri, 70 per cento Eni, 30 per cento Shell Italia. Tanto che nel 2008 la Lucania diventa il Distretto Meridionale dell’Eni (Dime): 85mila barili di olio al giorno e 3,4 milioni di standard metri cubi di gas. In Val d’Agri l’attività di perforazione e produzione conta 39 pozzi di greggio, di cui 26 in produzione e 13 ricadenti dentro il perimetro del parco; in più, una rete di 100 chilometri di condotte sotterranee per il trasporto dell’olio estratto verso la raffineria Eni di Taranto. La Basilicata copre l’8 per cento del fabbisogno nazionale; poco e niente, se si pensa che è il maggiore produttore di greggio nostrano. L’obiettivo, fin dal protocollo con Stato e Regione del 1998 è arrivare al 15-16%.

«Eni ha in tasca l’autorizzazione per raggiungere quota 104mila barili al giorno» spiega Pietro Dommarco, giornalista autore del dossier inchiesta Trivelle d’Italia (Altraeconomia, 2012) e fondatore di Ola, Organizzazione Lucana Ambientalista. Poi ci sono i 50mila barili al giorno di Total con la concessione del Gorgoglione, nella Valle del Sauro, risalente al 2006. Un totale di 154mila barili di greggio estratti quotidianamente dal sottosuolo lucano. «Una produzione che è ben lontana dal renderci autonomi – riprende Dommanco -, ma che di certo equivale a un sacco di soldi. Per le compagnie». Soldi in cambi di forti rischi per territorio e a persone, perché stando all’ultima indagine valida (perché geolocalizzata nella Val d’Agri), realizzata nel 2000 dall’Osservatorio epidemiologico regionale assieme al Consorzio Mario Negri sud, i tassi di incidenza di malattie cardio-respiratorie sono più alte del 2,5% rispetto alla media nazionale e mediamente più elevate rispetto al resto della regione. L’analisi, che monitorava il triennio ‘96-98, ha fotografato lo stato di salute delle popolazioni residenti attraverso i tassi di ospedalizzazione urgenti per “eventi-sentinella cardiorespiratori”.

Patologie come asma acuta o ischemie cardiache imperversavano sulla popolazione già a soli tre anni dall’entrata in funzione del Centro oli. Non esistono invece studi che mettano in relazione diretta i casi di neoplasie con la produzione di greggio. Così come non esiste un monitoraggio ambientale: le centraline per il controllo della qualità dell’aria sono dell’Eni, che trasferisce i dati all’Arpa che poi li pubblica. «Il controllato che controlla se stesso, insomma», fa notare Dommarco.

Soprattutto, come ci spiega Gianluigi De Gennaro, ricercatore di Chimica all’Università di Bari e per molti anni perito del Comune di Viaggiano sugli impatti delle estrazioni, l’analisi è inutile, perché si concentra su inquinanti generici, e non su sostanze specifiche. Sono gli stessi controlli con cui si monitora il traffico nelle grandi città. Se mi fai un controllo sul monossido di carbonio, è difficile che si superino i limiti. Mentre l’impatto che si produce è ben altro se si prendessero in esame altre sostanze, come gli idrocarburi e l’idrogeno solforato, particolarmente tossico. Non solo: «Un tempo esisteva un parametro per controllare gli idrocarburi in atmosfera, ma è stato eliminato dalla normativa italiana ed europea negli anni ‘90. Se esistesse ancora, appurerebbe che viene ampiamente superato, considerando l’overcharge degli impianti o difetti tecnici».

Ma più che di limiti, il ricercatore si concentra sul rischio potenziale: «Quando si superano i limiti normativi, l’intervento è indispensabile, certo. Ma non è che un decimo sotto stiamo tutti bene e un decimo sopra si muore. È importante sapere che tu hai esposto le persone in condizioni particolarmente pericolose». Sull’esposizione a lungo periodo si sa poco, «ma quello che si sa è allarmante»: sia degli effetti acuti (intossicazione, convulsioni, morte da concentrazione di H2S), che di quelli cronici (apparato respiratorio e cardiovascolare). Perché «le concentrazioni in quelle zone non le trovi frequentemente nemmeno nelle aree industriali fortemente antropizzate», spiega il chimico.

«La situazione è sottodimensionata dal punto di vista dei controlli come delle informazioni. Probabilmente perché le persone direttamente interessate agli impatti sono numericamente molto limitate, quindi la loro capacità incisiva è bassissima: Viggiano ha tremila abitanti», conclude. Ben documentati invece, sono gli incidenti avvenuti negli anni, durante l’estrazione e il trasporto su gomma del greggio, soprattutto prima dell’entrata in funzione dell’oleodotto (2001). Naturalmente da stampa locale e cittadini: «Molti incidenti risultano purtroppo non denunciati e per quelli noti sono in gran parte assenti relazioni ufficiali che dettagliano le cause, la tipologia dell’inquinamento, le sostanze immesse sul suolo, nell’aria, nell’acqua e nei prodotti agricoli e zootecnici esposti a tali sostanze – denuncia l’Ola -. Gli effetti degli incidenti, così come l’esposizione durante il funzionamento delle attività di produzione e trattamento del greggio finiscono così per rappresentare i cosiddetti “effetti collaterali”, riducendo i costi per le compagnie che dovrebbero pagare per i danni causati. Altro che royalties». Queste ultime, ovvero la contropartita finanziaria con cui le società compensano il territorio per lo sfruttamento, in Italia ammontano al 4% dei ricavati in mare, al 10% per l’estrazione a terra. Il 15% va ai Comuni, il restante 85% alla Regione. Per la Regione Basilicata, un introito di quasi un miliardo in 10 anni. «Il problema, però, è che di questo miliardo poco e niente viene immesso nel circuito economico pubblico», prosegue Dommarco. Tanto che «la Corte dei conti nel 2014, con un’indagine che prende in esame la gestione delle risorse comune per comune, ha denunciato che l’80% di queste sono state spese per “spese correnti” e non per lo sviluppo né per la tutela ambientale».

Come spiega Valeria Temprone, direttrice di Legambiente Basilicata, «la Basilicata è la dimostrazione che il sistema petrolio non funziona, sia in termini occupazionali che di nuovi benefici sul territorio. È utile tenerlo a mente e convincere gli italiani a votare sì il 17 aprile». Il Dime dà lavoro a 291 persone, cui si aggiungono i poco più di 2.000 lavoratori dell’indotto. Poca cosa se si mettono queste cifre in relazione agli introiti di Eni e ai risvolti ambientali dell’attività estrattiva, dei quali fanno parte il dimezzamento delle aziende agricole e il deprezzamento dei prodotti locali.

Per non parlare degli sversamenti causati da rotture dei barili nel terreno, della contaminazione delle acque sotterranee (la maggior parte dei pozzi incidono su bacini idrici strategici, che servono per uso irriguo e potabile) o delle fiammate di 50 metri provenienti dai camini (la cosiddetta “torcia”), che comportano emissioni di idrogeno solforato, benzene e idrocarburi policiclici aromatici nell’aria. Anche in questo caso non c’è pronto monitoraggio delle autorità competenti. Tanto che nel 2014 è stato disposto dal ministero dello Sviluppo un controllo con conseguente blocco dell’impianto, mentre la Procura di Potenza ha avviato un’indagine di cui ancora non si conoscono i risvolti. Così come per le acque reflue provenienti dal processo di lavorazione (la “desolforazione”, una sorta di pulizia primaria del greggio prima che venga spedito in raffineria), che vengono smaltite negli appositi siti in val Basento, a Pisticci (Matera). Sui dati di radioattività di queste sostanze e sul loro sistema di smaltimento, esiste attualmente un’altra indagine avviata dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza nel 2014, con una quarantina di persone raggiunte da avviso di garanzia.

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