Gadget per tutti i gusti, per tutte le tasche e per tutti i gusti. Lo store online della campagna di Hillary Clinton stravince e c’è un motivo. Gli altri inseguono o si differenziano (o non hanno un’offerta dignitosa). Ma le pagine dove i candidati vendono i loro oggetti promozionali sono un buon punto di osservazione per capire a chi parlano, cosa cercano e che idea della campagna hanno in testa, raccontano un sacco di cose su come e quanto le campagne sono state pensate. E gettano anche una luce sinistra sulle primarie repubblicane, nelle quali ci si insulta anche attraverso le magliette.

L’esempio migliore è quello della T-shirt anti-Trump della campagna di Ted Cruz. “Sono andato alla Trump University e tutto quel che ho ottenuto è questa T-shirt “recita la scritta. L’università di Trump è uno dei mille modi che il miliardario star Tv ha avuto per spillare soldi alla gente, una specie di corso per il successo. Ma questa è un’altra storia, il fatto interessante è che il senatore conservatore per finanziarsi venda una maglietta che definisce il miliardario di New York un truffatore. Normalmente questo tipo di cose si fanno fare ad altri: nel 2000 un gruppo che sosteneva Bush mandò in onda uno spot Tv che parlava della figlia adottiva (musulmana, si diceva) dello sfidante John McCain. Bush prese le distanze e raccolse i risultati. Ma nel 2016 i toni all’interno della grande tenda repubblicana sono degenerati.

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Nello store di Cruz c’è anche la categoria “abbigliamento da caccia”, fatta per i fan delle armi (Cruz ama farsi fotografare armato), così come anche la paletta per rivoltare le bistecche del barbecue e il frigorifero portabile. Patria, fucile e famiglia che mangia proteine. E poi c’è l’adesivo da auto: “Questa macchina gira solo a destra”. Spiritoso. Menzione speciale per la felpa natalizia qui sopra. Chi non vorrebbe averne una?

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Non particolarmente accattivante il materiale di Trump: la campagna non è organizzata per creare un brand. Il brand è Trump stesso e sulle magliette c’è scritto il suo nome e, al massimo, c’è un “veterani per Trump” o una bandiera americana. L’unico oggetto di culto è il cappellino rosso con la scritta: Make America Great Again, quello che il buon Donald indossa quasi sempre – Ted Cruz ne vende uno bianco con la scritta “Make Trump Debate Again”, fate partecipare Trump a un dibattito, un riferimento al fatto che Donald ha scelto di non partecipare a un dibattito televisivo.

Lo store di Kasich non è nemmeno da prendere in considerazione, è quello di Trump senza nemmeno uno slogan. Anche questo è un segnale: Kasich non punta a fare di sé una figura seguita e sa bene di non avere dei fan potenziali disposti a spendere soldi per una maglietta. E quindi non ne investe.

Il fronte democratico è diverso. Per due ragioni: la prima è che il partito è più orgoglioso di sé stesso e fatto di molti gruppi organizzati a cui piace potersi identificare (afroamericani per Sanders, ispanici per Hillary, donne, lavoratori sindacalizzati e così via); la seconda è che tra i democratici c’è più voglia di esserci e identificarsi. E di ripetere il successo della campagna Obama, che inondò il pianeta di loghi ed effigi.

A proposito di quella campagna, Hillary Clinton ha fatto di tutto per imitarla fin dall’inizio: colpisce è proprio il tentativo di fare una campagna coinvolgente e cool in laboratorio.
Lo store di Hillary è pieno di materiale da quasi subito, da molto prima che Sanders diventasse una vera minaccia a quella che si era certi sarebbe stata una marcia trionfale. E allora modelli di ogni razza, millennials – che votano per Sanders – barbe e tagli alla moda. E poi T-shirt disegnate da stilisti di grido come Tory Burch e Marc Jacobs, magliette e felpe con il logo della campagna arcobaleno, con l’autografo di Hillary, felpe stile baseball e quelle stato per stato. Il cuscino “Il posto di una donna è la Casa Bianca” è forse il gadget migliore tra tutti, ed è andato esaurito già due volte. Il logo della campagna funziona su T-shirt, come pure lo slogan Make her history (“Fai la storia, facendola entrare nella storia come prima presidente donna” è il concetto). Ma manca l’anima. Quella non si crea mettendo dei creativi bravi attorno a un tavolo.

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L’anima ce l’hanno le magliette di Bernie Sanders. Che riprendono innegabilmente il logo di Obama 2008, semplice, pochi colori (il bianco rosso e blu in qualche forma ci sono sempre) e regalano un paio di perle. La prima è la T-shirt super cool ma un po’ troppo arzigogolata disegnata da Shep Fairey, che otto anni fa disegnò quella di Obama che divenne un’icona mondiale, ripresa in tutte le salse possibili. La seconda perla, esaurita da qualche settimana, è quella (gialla qui sotto) che richiama un manifesto di Roosevelt e del New Deal. Originale e con un bel messaggio. Sul retro di tutte le magliette di Bernie c’è scritto “Join the political revolution, unisciti a una rivoluzione politica”. Il messaggio è chiaro ed è su quello che si punta, i millennials in questo caso arrivano per conto loro, non c’è bisogno di individuare una formula magica e sulle loro foto. E infatti la rete è piena di gadget non ufficiali di Bernie in vendita.

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Le magliette repubblicane sono tutte orgogliosamente Made in America, quelle democratiche sono Made in America, ma anche in fabbriche dove c’è il sindacato. Quelle di Bernie sono di cotone biologico, quelle melange di Hillary sono metà cotone e metà poliestere, le prime sono più di sinistra, le seconde durano più a lungo.

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