Le canzoni di protesta, per protestare, non bastano più. Ad autori e musicisti italiani tocca inventarsi anche gli hastag di protesta: #Franceschiniripensaci è la chiamata al ministro dei Beni culturali che dalle 12,30 di oggi – 8 aprile – impazza sulla rete: «Franceschini ripensaci, dobbiamo dire basta al monopolio della Siae». Cantano in un video alcuni dei musicisti che oggi hanno deciso di metterci la faccia. Tra loro, le voci inconfondibili di Adriano Bono e Kento.

 

Al centro della discussione – ancor una volta – la Società italiana autori ed editori. Ecco cosa ha detto il ministro il 31 marzo, davanti alle commissioni riunite Cultura e Politiche della Camera: «In questo momento di globalizzazione e integrazione europea, uno strumento unico che ci consenta di avere una posizione di forza nel confronto con gli altri Paesi europei e nel mercato globale è una cosa a cui non si può rinunciare. La strada più utile al Paese è la riforma urgente e profonda della Siae». Sulla liberalizzazione, però, il ministro ha ammesso di aver cambiato idea: «Io sono partito dalla propensione verso una logica di liberalizzazione, ma ho cambiato idea perché molti Paesi guardano con attenzione e invidia al fatto che abbiamo un’unica società». Dunque, «l’inadeguatezza e la necessità di una maggiore trasparenza, efficienza e funzionalità della Siae, non è un buon motivo per cambiare il sistema ma per riformarlo», dice Franceschini.

Ma perché i musicisti protestano? La Siae deve quasi un miliardo agli aventi diritto e ha un conto in rosso di circa 26 milioni di euro (al 2014). Altri numeri strabilianti? Il 60% degli artisti riceve meno di quello che versa (dati del 2009, i più aggiornati). Per non parlare poi della trasparenza: l’ultima assemblea risale a più di 3 anni fa e il sistema del voto è ancora quello per «censo», come previsto dallo statuto all’art. 11.

Intanto c’è una direttiva europea, la Direttiva Barnier – che pende sulla testa dell’Italia. Chiede la liberalizzazione delle società che si occupano di tutela del diritto d’autore. Gli Stati membri hanno avuto due anni per recepirla (c’è un Osservatorio a riguardo, fondato da Patamu), a partire dal il 4 febbraio 2014, giorno della sua approvazione definitiva al Parlamento europeo. Due anni di tempo per adeguarsi li ha avuti anche l’Italia e non l’ha fatto. Il tempo scadrà il 10 aprile 2016 – tra due giorni. Non rimane che attendere la risposta del ministro alla chiamata degli 80mila.

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