Matteo Renzi non ha seguito il dibattito parlamentare, offendendo così le opposizioni che – tutte, anche se pure loro a ranghi ridotti – hanno abbandonato l’aula quando è toccato al premier intervenire, alla fine di una lunga giornata di dibattito francamente stanco e prevedibile, con i deputati del Pd a sottolineare «la svolta storica» e le opposizioni, dai 5 stelle a Sinistra italiana, dalla Lega a Forza Italia, ad elencare i limiti ormai stranoti della riforma, soprattutto se combinata con l’Italicum e il suo premio di maggioranza. È così che la riforma costituzionale si avvicina al suo sesto sì, al quarto voto conforme, senza modifiche, e quindi poi al referendum.

Non ha seguito il dibattito, Renzi, ma poi si è presentato con un discorso – scritto – «nel merito», dai toni che ha evidentemente immaginato istituzionali, «per rispondere alle venticinque osservazioni dei deputati». L’effetto è comunque polemico, però, perché non rinuncia alle stoccate, Renzi, come quando dice che «c’è qualcuno più a suo agio fuori dal parlamento, evidentemente» e aggiunge che è un bene visto che «ci si ritroverà dopo le prossime elezioni».

Teatrino a parte, comunque, (buona la scena di Renzi che alla buvette prende il caffè, finalmente arrivato, ma entra in aula solo quando è ormai quasi finito pure l’ultimo intervento del dem Sanna), il centro politico del passaggio parlamentare è la conferma che arriva dallo stesso Renzi: quello sulla riforma sarà un referendum sul suo governo, oltre che sulla riforma Boschi. E se perde va a casa. «La nascita di questo governo», dice in aula, «è dovuta al fatto che quello precedente era in una situazione di stagnazione. L’accettazione dell’incarico di premier è stata subordinata all’impegno preso col presidente della Repubblica di realizzare una serie di riforme. Nell’eventualità in cui non ci fosse un riscontro popolare, sarebbe responsabile trarne le conseguenze».

Renzi si gioca tutto, insomma, come dice testuale, e punta, lui ma soprattutto Maria Elena Boschi, sul sì, da esprimere magari con una convocazione più ravvicinata, e non a ottobre, che ottobre è lontano e tra trivelle (cominciano a impensierirsi, a palazzo Chigi), banche e amministrative chissà in che stato ci si arriva. Si gioca tutto, sapendo che a quel referendum «l’affluenza non conta», dice ancora, «e non importa con che percentuale: basta vincere». Si gioca tutto sapendo che il partito alla fine lo sosterrà, minoranza dem compresa: d’altronde voteranno anche questo ultimo passaggio e sarebbe curioso si battessero poi per il no l referendum. Anche Enrico Letta, dal ritiro parigino, a La Stampa dice che voterà sì: non ci sono più le faide di una volta.

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