Dopo l’ennesimo vertice notturno Silvio Berlusconi prende di peso la sua litigiosa Forza Italia e la sposta su Alfio Marchini, candidato fino a ieri orgogliosamente «libero dai partiti» e che adesso è però contento di essere il candidato del partito di Silvio. Berlusconi dovrebbe aver così chiuso l’infinito tira e molla sulle candidature al comune di Roma nel centrodestra. E non si preoccupa affatto di esserci riuscito imponendo una vera e propria piroetta. Delle dichiarazioni con cui i forzisti dicevano che Bertolaso era «l’unico» candidato credibile, è evidentemente convinto, presto non si ricorderà più nessuno.

E se Bertolaso aveva sempre detto di essere nella piena disponibilità dell’amico Silvio, Berlusconi ha le sue buone ragioni per puntare su Marchini. Sono ragioni soprattutto di ordine interno, perché una candidatura dal profilo più moderato, come quella di Marchini, soddisfa un pezzo importante del partito, altrimenti tentato dal seguire un percorso simile a quello di Angelino Alfano o meglio a quelli di Denis Verdini, che si prepara a formalizzare lui sì un accordo con Renzi ed è convinto di allargare presto il suo gruppo. Antonio Tajani, ad esempio, ha più volte smentito ogni possibile scissione, ma un sostegno a Giorgia Meloni avrebbe indispettito non poco uno come lui che vuole mantenere – come nota polemico, da Fratelli d’Italia, Guido Crosetto – una certa posizione nel Partito popolare europeo. E lì Salvini è visto malissimo.

Il punto lo spiega bene Antonio Polito sul Corriere della Sera. «Non si può escludere che Salvini abbia ragione quando accusa Berlusconi di essersi mosso nella battaglia di Roma spinto da motivi “aziendali”, perché Mediaset avrebbe bisogno della benevolenza di Renzi», dice il giornalista, aprendo così alla teoria dell’accordo tra il premier e il leader di Forza Italia, teorizzata dal leghista: «Non sarebbe del resto la prima volta che l’ex Cavaliere confonde il bene delle sue aziende con il bene del Paese». «Ma su un punto Salvini ha certamente torto», continua Polito, «c’era eccome una buona, anzi un’ottima ragione politica perché Berlusconi rifiutasse la candidatura di Giorgia Meloni. E la ragione è che un centrodestra guidato dalla destra non può esistere, e infatti non è mai esistito né in Italia né in Europa».

Giorgia Meloni ha così gioco facile a dipingersi ora come unico candidato di centrodestra (anche se Marchini non ha certo un profilo così di sinistra, a cominciare dalla posizione sui campi rom, passando per le privatizzazioni), e può fare facile ironia: «Siamo contenti per la semplificazione del quadro», dice, «e ora ci aspettiamo un’ulteriore semplificazione con la diretta e aperta convergenza di Alfio Marchini e di Forza Italia sul candidato del Pd e di Renzi, Roberto Giachetti». Ha gioco facile, Meloni, ma è un po’ riduttivo, dunque, dire che Berlusconi lo fa solo per ricercare un rinnovato accordo con Renzi. C’è anche quello, è probabile, ma molto ha contato il braccio di ferro interno a Forza Italia, perso dall’area più di destra, dove però neanche tutti sosteneva Meloni. Non lo faceva, ad esempio, Renata Polverini, contenta così di rimanere – salvo sorprese – l’unica donna di destra ad aver governato qualcosa in città.

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