Giovanissima, Carmen Yáñez fu catturata degli uomini del dittatore Pinochet e rinchiusa  nell’inferno di Villa Grimaldi a Santiago del Cile dove fu torturata. Ma non sono riusciti a mettere a tacere questa donna dall’aspetto minuto e fragile e dalla voce poetica potentissima. Come sa chi ha avuto l’occasione di leggere i suoi libri di poesia pubblicati in Italia da Guanda o di ascoltarla dal vivo nel reading poetico che la vede accanto al marito Luis Sepùlveda, con musiche dal vivo del Ginevra Di Marco trio (composto dalla cantante dei C.S.I., Francesco Magnelli e Andrea Salvadori). Il 5 maggio va in scena al festival di letteratura spagnola e latinoamericana Encuentro a Perugia. Che diventa anche per noi l’occasione per incontrarla. Per farsi raccontare il suo percorso,  gli anni duri di resistenza alla violenza di regime e come è  riuscita a rinascere con la letteratura.
«Il periodo di reclusione a Villa Grimaldi fu – e non poteva essere altrimenti – una esperienza unica e dolorosa. Non eravamo detenuti, le donne e gli uomini lì erano sequestrati, senza diritto a nulla. La nostra situazione era di desaparecidos nelle mani del terrorismo di Stato messo in atto dalla dittatura di Pinochet», racconta Carmen Yáñez . «Poi, quelli di noi  che hanno avuto la fortuna di sopravvivere, sono  stati liberati non avendo nessun capo di accusa. Molti altri hanno avuto sorte peggiore e sono ancora oggi restano desaparecidos.

Come siete riusciti a sopravvivere, non solo dal punto di vista fisico, quanto psicologico alla condizione di deprivazione e tortura?

Come siamo sopravvissuti a quell’ inferno? Eravamo giovani, la mente viva. Avevamo la convinzione che la nostra lotta fosse giusta, vedevamo che i nostri torturatori erano aguzzini di un sistema politico ed economico che si imponeva con la forza contro un popolo che aveva avuto il coraggio di sfidare il potere. Credevamo nei nostri sogni. E ci crediamo ancora oggi, nonostante il passare degli anni. Quella fu la nostra forza.

Riuscendo poi a non morire  poi di rabbia e odio…
In me non c’è odio. Odiare è farsi male da soli. L’odio lo lascio a chi disprezza e odia gli esseri umani, a chi non è capace di amare, a chi non ha empatia verso i più deboli,  la parte vulnerabile della società. Non odio, ma anche per un senso di giustizia  sono stata sempre dalla parte di chi soffre denunciando. Si vive anche per questo, perché ci sono ferite aperte da sanare. Il mio linguaggio poetico è propio questo, uno strumento per sistemare i conti con l’orrore con tutta la tenerezza della quale sono capace. Sembra una contraddizione, ma non lo è.

Nel suo volume  più recente uscito in Italia, Cardellini nella pioggia, c’è  l’amore, la memoria, l’esili. I suoi versi  che rifiutano il tono ermetico e l’oscurità.  Nelle sue poesie, molti critici, hanno trovato risonanze di Neruda. È stato un riferimento importante per lei?
Mi imbarazza essere messa a confronto con il grande maestro Pablo Neruda che è stato ed è il mio riferimento morale, politico e letterario. Ciò che posso dire riguardo la mia poesia è che se scrivo è per il mio bisogno di cercare parole ai sentimenti che sveglia in me la vita e la sua quotidianità, lo stupore che scopro nelle leggi della natura e dell’essere umano. Niente di ciò che scrivo è senza il motore dei miei sentimenti.

Nel silenzio dei maggiori media in Italia si sta celebrando il processo Condor che  vede alla sbarra torturatori che sono stati il braccio violento dei regimi latino americani sostenuti dalla Cia, a cominciare da quello argentino.
È uno dei maggiori drammi della nostra storia latinoamericana ancora non risolta. Mi sembra importante che in alcuni Paesi si facciano passi in avanti per mettere un punto finale su questo genocidio, trovando i colpevoli, tutti i colpevoli, anche i civili che furono complici. Se non ha avuto una diffusione mediatica come dovrebbe essere è perché la società è inerte e non vuole aprire gli occhi sul  passato.

(traduzione di Gabriela Pereyra)

Il festival Encuentro  La terza edizione del Festival delle letterature in lingua spagnola, si svolge a Perugia dal 4 all’8 maggio con Paco Ignacio Taibo II, Luis Sepúlveda, Leonardo Padura Fuentes,aco Ignacio Taibo II, Arturo Pérez-Reverte,  Bruno Arpaia, Antonio Soler, Alfonso Mateo-Sagasta, Angel Cappa, Juan Cruz Ruiz (il vice direttore de El Paìs), Pino Cacucci e molti altri.  Il recital di Carmen Yáñez va in scena il 5 maggio in piazza IV novembre a Perugia, alle 21,30.  Qui il programma completo

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