Ahmed Davutoglu si è dimesso dalla sua carica di primo ministro di Ankara. «Ho portato la bandiera meglio che ho potuto. Non ho interferito nelle decisioni da una prospettiva personale. Il nostro partito sta per entrare in una nuova era». Queste le sue parole riportate dal NYT. La bandiera è quella rossa della Turchia, il partito è l’AKP, le decisioni probabilmente quelle di Recep Erdogan con cui era sempre più divergente nella condotta politica negli ultimi tempi dopo l’arresto indiscriminato di reporter e giornalisti. Senza trovare conferma in dichiarazioni ufficiali, la rottura definitiva è avvenuta per l’ennesima interdizione imposta a Davutoglu di poter scegliere i rappresentanti provinciali del partito, un ennesimo accentramento di potere nelle mani del Presidente neo ottomano.

Credendosi sultano, Erdogan ha sempre seguito la stessa linea di condotta repressiva contro i nemici, arrestando giornalisti, attivisti politici, curdi e oppositori di regime. Essendolo però ogni giorno di più, ha cominciato ad eliminare anche gli amici. Troppo moderato in Patria e troppo debole fuori dalla Patria, ormai troppo inviso a un potere di cui ha sempre fatto parte, Davutoglu ha deciso di dimettersi anche in seguito alla pubblicazione web dei “Pelican files”. Verrà sostituito prima del Ramadan di giugno, dopo il 12 maggio prossimo, dove il congresso straordinario si riunirà per eleggere un sostituto scegliendo probabilmente tra Numan Kurtulmus, vice Capo di Governo, il ministro della Giustizia Bekir Bozgag o addirittura il genero del Presidente Berat Albayrak.

Ministro degli Esteri nel 2009, l’ormai ex primo ministro voleva tornare ai negoziati con il popolo in armi senza patria del PKK, Partito dei lavoratori del Kurdistan. Davutoglu non era amico, ma non abbastanza nemico dei ribelli di Ocalan secondo Erdogan, che continua a bombardare le postazioni dei guerriglieri nel sud e rimane in attesa di poter cambiare la Costituzione il prossimo 14 maggio per poter processare gli esponenti del partito filocurdo HDP per collusione al terrorismo.

Era di Davutoglu il sigillo all’accordo sui migranti EU-Ankara. La faccia non pulita ma più accettabile per la Merkel con cui trattare era quella di questo accademico dai baffi già bianchi e capelli ancora neri. Balcani, Iraq curdo ed Europa avevano risentito dei benefici della sua vecchia linea strategica in politica estera: il suo motto era “zero problems with the neightbours”, nessun problema con i vicini. Il cortile del suo vicinato stava però diventando sempre più ampio. Era questo che l’Economist chiamava Davutoglu effect in un articolo del 2010.

Sei anni dopo era sua la voce più credibile tra quelle del coro politico fedele ad Erdogan con cui trattare per la richiesta di entrata nell’Eu senza visti per i cittadini dello Stato turco in cambio del rispetto dell’accordo con Bruxelles per trattenere i profughi siriani. Un accordo da sei miliardi su cui le recenti dimissioni avranno un effetto imprevedibile e su cui già si interrogano i governi europei adesso che Ankara ha perso l’ultimo volto meno dispotico che aveva.

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