L’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis è fra gli intellettuali che negli ultimi anni hanno maggiormente contribuito a riportare al centro del dibattito culturale la Costituzione, anche come lungimirante manifesto politico che attende ancora una piena attuazione. Lo ha fatto scrivendo sferzanti pamphlet come Italia s.p.a. (2007) contro la svendita del patrimonio d’arte. E poi saggi come Paesaggio Costituzione, cemento (2010) contro la deregulation, l’abusivismo e il consumo di suolo che va contro la salvaguardia del paesaggio e Costituzione incompiuta (2013) in cui sviluppa – con Montanari, Maddalena e Leone – la riflessione di Calamandrei che già il 2 giugno del 1951 scriveva della festa della Repubblica comeLa festa dell’incompiuta. Ma il docente della Normale e presidente del comitato scientifico del Louvre si è occupato di Costituzione anche in numerosi articoli e interventi, molti dei quali (comprese le 15 tesi per l’Italia apparse su Left nel 2013) sono ora raccolti nel volume Costituzione!, pubblicato da Einaudi come i libri precedenti. Il volume è stato presentato al Salone del libro di Torino il 15 maggio. L’autore e il giurista Gustavo Zagrebelsky hanno dialogato sul tema Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla in una sala dei 500 gremita di pubblico. E i dibattiti su questo libro continuano ad essere molto partecipati, in vista del referendum del 4 dicembre 2016. (Il 2 dicembre Settis partecipa a Emergenza Costituzione  le ragioni del no in Campidoglio)

Costituzione! è certamente il libro più politico di Salvatore Settis, non solo perché fin dall’introduzione il professore entra direttamente nel dibattito sulla riforma costituzionale. Quello compiuto dal governo Renzi non è il primo attacco alla Costituzione, precisa il professore, che nel volume ricorda molti precedenti compreso la riforma Bossi-Berlusconi del 2005 (che prevedeva lo Stato federale e il rafforzamento del presidente del Consiglio e del governo) fino alla modifica dell’art.81 da parte diMario Monti. Venendo al presente non possiamo dimenticare che «la riforma della Costituzione Renzi Boschi è partita con il governo Letta e, come tutti sanno, è stata stimolata da Giorgio Napolitano», dice Settis a Left. «Ma il tema della Costituzione è troppo importante per accontentarsi di prendersela singolarmente con il premier Renzi e con il ministro Boschi o con chiunque altro. Bisogna parlare delle ragioni per cui, in un momento storico come questo, anziché applicare la Carta nei suoi punti più importanti, per esempio il diritto al lavoro e il diritto alla salute, dobbiamo invece cercare di modificarla per dare più forza al governo, dicono loro».

Poi, però, viene da pensare che le cose non stiano neanche esattamente così dal momento che perfino «un renziano convinto» come l’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo ha firmato contro la legge Renzi-Boschi «perché sostiene, giustamente, – sottolinea Settis – che la cosiddetta riforma del Senato renderà il lavoro del Parlamento molto più complicato». Nel frattempo Renzi punta a tranquillizzare le coscienze minimizzando, dicendo che è solo una riforma tecnica, che serve a migliorare la governabilità. «Anche dal punto di vista tecnico questa riforma è molto sgangherata» attacca l’archeologo ed ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali. «Basta guardare alla distribuzione dei lavori fra Camera e Senato. Non è affatto vero che si abolisce il bicameralismo, restano due Camere». La Camera dei deputati però sarebbe l’unica titolare della fiducia. «Ma è altrettanto vero che il Senato è autorizzato a chiedere la ridiscussione di tutte le leggi che potrebbero essere discusse solo dalla Camera. A ben vedere – aggiunge Settis – l’articolo 70 che stabilisce le competenze della Camera e del Senato nella Carta vigente è di nove parole, mentre nella versione della riforma Renzi-Boschi, se sarà approvata nel referendum di ottobre, le parole sono 434. Sostenere che in questo modo tutto si semplifica è davvero impossibile». Giuristi come Zagrebelsky sostengono che in questa proposta di cambiamento della Carta i diritti della persona finiscono per essere meno importanti delle leggi di mercato.

Professor Settis qual è il pensiero sotteso alla riforma Renzi-Boschi?  «Il pensiero sotteso è seguire l’ordine di scuderia, che viene da lontano. Molti citano il documento della società finanziaria JP Morgan che in questo libro anche io ho riportato, perché le sue parole somigliano molto al documento programmatico firmato dal governo Letta. In realtà neanche a J.P. Morgan si deve la primogenitura. Tutto questo viene da Margaret Thatcher e da Roland Reagan. “Non c’è alternativa” amava dire la signora Thatcher. Per lei esisteva un solo modello di economia, quello neo liberale spinto», ricorda Settis. «Un modello che impone che i diritti della persona vadano adeguati, cioè ristretti perché altrimenti l’economia si ferma». Una minaccia che non corrisponde alla realtà. «Avendo diminuito i diritti della persona non è affatto vero che l’economia sia ripartita. La disoccupazione giovanile è al 37,8 per cento. Non è un bel segno per l’economia italiana. Sono anni che ci dicono che gestendo a modo loro il mercato del lavoro si rimette in moto. È semplicemente falso». Allora da dove ripartire? «Penso che il lavoro da fare oggi non sia tanto dare addosso ai politici, che si chiamino Letta, Boschi, o Renzi, Alfano o Quagliarello, quanto piuttosto interrogarsi sul perché questi politici, Napolitano compreso, abbiano sposato in toto le teorie reaganiane considerandole come novità, quando sono cose vecchie come il cucco. Non c’è nessuna innovazione in questo discorso». L’interrogazione più profonda, dunque, riguarda l’economia neoliberista che ci viene propinata “come dato di natura”. «L’economia è certo molto importante – dice Settis – ma non c’è un unico modello di sviluppo economico. Non c’è solo quello iper liberale per cui lasciando a mano libera il mercato andrebbe tutto a posto. Non abbiamo visto tutti i disastri dell’economia e della finanza? Nonostante tutto questo ci continuano a dire che un giorno o l’altro questo Dio mercato metterà a posto le nostre vite e la nostra società, quando i fatti dimostrano il contrario»

Settis Costituzione

Settis Costituzione

Rispetto a questo tipo di ideologia liberista che innerva la riforma Renzi-Boschi, incentrata sul vecchio modello di Homo oeconomicus, l’impianto della Carta varata nel 1948 sembra straordinariamente moderno e lungimirante, lasciando intendere in filigrana una visione articolata e complessa dell’essere umano, che non ha solo bisogni materiali ma anche esigenze più profonde. Pensiamo per esempio all’art 3 della Carta che parla di uguaglianza ma anche di «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3 secondo comma), che parla di libertà di pensiero e di parola (art. 21), libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (art.33), di diritto alla cultura alla conoscenza e alla ricerca (art. 9) e così via. «La nostra Carta così come è e, se vinceremo il referendum, continuerà ad essere, ci garantisce dei diritti che oggi purtroppo vengono violati in continuazione» chiosa Settis. « La Carta, così com’è oggi, è un’arma per rivendicarli. Quando leggo, in relazione ai tagli alla sanità, che la durata media della vita degli italiani si è ridotta e in modo molto sensibile al Sud penso: ma è davvero questo che vogliamo? È questo che farà ripartire l’economia? È questo che renderà i cittadini più felici? Oppure dobbiamo tornare a una più rigorosa applicazione dell’art. 32 sul diritto alla salute e al diritto ad un ambiente sano? L’art. 32 che parla di diritto alla salute e l’art. 9 che tutela il paesaggio vanno di pari passo, sono la stessa cosa, Non faremmo meglio a considerare la Costituzione che c’è per vedere se la possiamo applicare? È stupefacente che mentre cambiano la Carta non gli venga nemmeno in mente di dire che ci sono alcuni articoli non attuati» Qualche esempio? «Se l’art. 32 fosse applicato migliorerebbe la sanità. Invece tagliano. Basterebbe migliorare la pubblica istruzione. Invece tagliano. Migliorare la ricerca invece tagliano». Anche l’ultimo sbandierato finanziamento del Cipe di 2,5 miliardi di euro per università e ricerca, in realtà, come è stato notato da più parti, nasconde che il fondo ordinario passa da 2,7 a 2,5 miliardi, con un taglio di 200 milioni di euro.

«Senza contare che la riforma in corso è solo un passaggio, se noi cittadini non riusciamo a fermarla – paventa Settis – non può che essere il primo atto di una demolizione totale della Costituzione». Per questo come il professore auspicava nel libro Azione popolare (2012) occorre una appropriata capacità di reagire da parte dei cittadini, serve una ampia mobilitazione dal basso. Anche per questo il 7 maggio il mondo della cultura  è sceso in piazza a Roma per Emergenza cultura. Molti storici dell’arte, archeologi e professionisti dei beni culturali si mobilitano in difesa dell’art. 9. «Va benissimo – commenta Settis – ma l’art.9 non è un mazzo di fiori in una stanza vuota. È un pezzo di una architettura che comprende anche il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, all’accesso alle cure sanitarie e così via». Molte altre manifestazioni seguiranno. Giustizia e libertà ne annuncia già numerose fino al referendum di ottobre. «Un fatto molto positivo è il documento firmato da 56 costituzionalisti contro questa riforma. Fra loro ci sono 11 presidenti emeriti della Corte Costituzionale, mentre non c’è nessun presidente emerito della Consulta, nemmeno uno, che si sia pronunciato in favore della riforma. Se gli italiani hanno orecchie per sentire e occhi per vedere io credo – conclude Settis – che il risultato del referendum dovrebbe essere un sonorosissimo “No”». @simonamaggiorel

Questo articolo continua sul n. 19 di Left in edicola dal 7 maggio

 

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