Traccia scenari poco rassicuranti Riccardo Staglianò nel suo libro inchiesta Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro (Einaudi) che viene presentato il 16 maggio al Salone del libro, in un incontro dal titolo “Mettere a fuoco il presente il lavoro di domani” .

Come può una macchina valutare un caso clinico, fare una diagnosi? Come riesce a intercettare quei fattori, anche emotivi, che possono essere importanti nell’alleanza medico-paziente?

Ho visitato il laboratorio dell’Ibm a Yorktown a nord di New York dove sviluppano l’ultima incarnazione di Watson, il supercomputer che si occupa di medicina. Tu gli dai la cartella clinica del paziente, che in un futuro prossimo acquisirà in automatico perché saranno in formato elettronico, gli racconti i tuoi sintomi e lui ti fornisce alcune terapie. Per adesso si occupa di tumori al polmone e lo stanno utilizzando in fase sperimentale allo Sloan Kettering di New York, centro oncologico d’eccellenza.

Sostituisce il medico?

Non ancora ma non è difficile immaginare un futuro, sempre più economicamente disuguale, in cui chi ha i soldi continuerà a farsi curare dagli umani e chi non li ha si accontenterà delle macchine. D’altronde il Sedasys, una macchina per le anestesie è già usata negli Stati Uniti: le sedazioni così costano 200 dollari, mentre prima ne costavano 2000». Ma non tutto volge al peggio. «Enlitic, per esempio, è un software per leggere le radiografie e risulta già più attendibile dei radiografi umani. Intanto il New York Times racconta di un robot-chirurgo (Smart tissue autonomous robot) in grado di riattaccare un pezzo di intestino di un maiale in totale autonomia, meglio di come avrebbe fatto un chirurgo umano. Sono tutti indizi di un futuro che è già tra noi e che si diffonderà sempre più alla svelta per banali ma inesorabili leggi economiche: se una cosa si può fare quasi altrettanto bene a un costo più basso, la vecchia modalità sarà sostituita.

Nel libro un capitolo a parte riguarda la fine dei traduttori. Ma è davvero possibile arrivare con un programma elettronico ad una traduzione efficace, con una specifica sensibilità verso le sfumature di una lingua, con riguardo a un contesto di vita vissuta, al suono della poesia?
Anche qui vale lo stesso principio. Qualche tempo fa le traduzioni di Google translate erano materia prima per l’ironia di Umberto Eco nelle sue Bustine di Minerva. Facevano ridere, più che capire. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate radicalmente perché gli algoritmi sono stati alimentati con un’immane quantità di traduzioni di qualità, in particolar modo i milioni di pagine di traduzioni impeccabili nelle varie lingue dell’Unione europea. Risultato: Google translate traduce incredibilmente meglio. La qualità è direttamente proporzionale alla quantità di testi tradotti in quella lingua. Più ce ne sono, meglio traduce. Però potrà solo migliorare. Gli umani traducono meglio? Certo, è ovvio, ma non è il modo giusto di guardare al problema, se ci stanno a cuore i posti di lavoro. Il modo giusto è pensare che prima, se volevo capire cosa diceva la prima pagina di un giornale in tedesco, dovevo chiedere a qualcuno che lo parlasse di tradurlo per me e, verosimilmente, pagarlo. Ora Translate mi restituisce il senso gratis. Gli affiderei una traduzione letteraria? No. Ma intanto farà fuori molto lavoro basico, di servizio, per cui prima degli esseri umani venivano pagati.


 

È arrivata la quarta rivoluzione industriale, quella dei robot e delle intelligenze artificiali. Sul numero di Left in edicola abbiamo cercato di raccontarvi entusiasmi e sospetti, scenari e prospettive. Dal lavoro alle emozioni, parlandone tra l’altro con l’ex ministro Maria Chiara Carrozza e con Giovanni Dosi il direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa


 

Si parla molto di aggregatori di notizie, un giorno un robot potrà sostituire un giornalista o si tratta fantasticherie? Il pensiero critico, la verifica puntuale delle notizie può essere sostituita da una macchina?
Si tratta di due realtà a pieno regime, parlo di Quill e di Narrative Science e di Wordsmith di Automated Insights. Entrambi sono software che, senza intervento alcuno di giornalisti, prendono in automatico i dati dalle banche dati della borsa e sono in grado di scrivere migliaia di notizie alla settimana sulle cosiddette trimestrali aziendali, ovvero come Apple è andata nel secondo trimestre del 2016 rispetto a quello precedente e rispetto alla serie storica delle sue performance. Riescono anche a scrivere delle sorte di cronache di partite di baseball e di altri sport in totale autonomia. Il primo viene usato da tempo da Forbes e vari altri siti di informazione, il secondo è impiegato con successo da Associated Press, la più grande agenzia stampa del mondo. Kris Hammond, il fondatore di Narrative Science, mi ha detto che prevede che il suo software sarà in grado di scrivere il 90 per cento delle notizie (non solo finanza e sport) entro una decina di anni. Esagerazione? Forse, ma quello che è certo e che queste macchine migliorano soltanto man mano che le usi e ne correggi gli errori in un processo iterativo senza fine. Vinceranno il Pulitzer? Lo escludo, però anche in Post-industrial Journalism, il libro bianco commissionato dalla scuole di giornalismo della Columbia University, si dice che per sopravvivere le redazioni dovranno automatizzare tutte le attività a basso valore aggiunto per concentrare le energie degli umani su quelle più complesse.

Insomma qual è il futuro che ci aspetta?
Carl Frey e Michael Osborne, due ricercatori di Oxford autori di uno studio ormai celebre, ipotizzano che entro il 2033 circa la metà dei lavori attualmente esistenti negli Stati uniti saranno ad alto rischio di automazione. L’ultimo World Economic Forum, un consesso non sospettabile di contrarietà alla tecnologia, ha calcolato che nel prossimo decennio circa 5 milioni di posti di lavoro saranno cancellati per la sostituzione delle macchine. Altre prestigiose società di ricerca, da McKinsey a Forrester, danno stime più alte. Ovviamente saranno creati anche nuovi posti di lavoro che oggi non esistono e che forse non possiamo neanche immaginare, ma il saldo resta comunque negativo. Quello che è cambiato è che oggi è possibile produrre una quantità enorme di ricchezza con una porzione minuscola di forza lavoro. È vero che Instagram che quando è stata comprata da Facebook aveva tredici dipendenti o Whatsapp che serviva milioni di utenti e ne aveva, sempre all’acquisizione, 55. Una volta per produrre la stessa ricchezza sarebbero servita una forza lavoro cento volte maggiore. Se questo è the new normal, bisogna attrezzarsi. Tassando i giganti tecnologici, che diventano sempre più ricchi, sino all’ultimo euro e probabilmente pensare ad aliquote più progressive. E poi, probabilmente, prendendo in considerazione un reddito di base per tutti quelli che saranno fatti fuori dal mercato del lavoro. In assenza di tutto questo ci aspettano tempi agitati. @simonamaggiorel

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