La legge sui partiti è in discussione in Commissione Affari Costituzionali. Il testo, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, reca «disposizioni in materia di promozione e trasparenza dell’attività dei partiti, movimenti e gruppi politici organizzati e il rafforzamento dei loro requisiti di democraticità, al fine di favorire la più ampia partecipazione dei cittadini alla vita politica» e andrebbe a colmare la mancanza di una legge quadro che disciplini la democrazia e la trasparenza interne ai partiti.

La partita si gioca tra il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle. La scorsa settimana il relatore della legge, Matteo Richetti (Pd), ha unificato le quattro diverse proposte di legge, tra cui quella del vicesegretario dem Lorenzo Guerini, fedelissimo del premier, contro cui si è scagliata la formazione guidata da Grillo e Casaleggio Jr. La proposta di Guerini prevedeva l’obbligo di dotarsi di uno statuto per quei partiti e movimenti che vogliano presentarsi alle scadenze elettorali, pena l’esclusione dalla competizione. Cosa che ha fatto infuriare il M5s, che – come è ben noto – è completamente sprovvisto di personalità giuridica.

Il relatore Richetti ha tentato di mediare tra le due posizioni, presentando un testo che contempli due possibilità, una per i partiti che vogliano usufruire del due per mille e dei benefici fiscali, per cui sono previsti obblighi più severi, l’altra per quei movimenti a cui non interessa godere dei vantaggi economici, per i quali i vincoli sono meno stringenti.

Ma tra democratici e pentastellati è guerra a suon di emendamenti. Il testo di Richetti – pur modificando in parte la proposta di Guerini – prevede che la vita interna dei partiti politici sia «improntata al metodo democratico», come recita il secondo comma dell’articolo 2 del testo base. Proprio su questa proposta si sono scagliati i 5 stelle, che con un emendamento a firma di Danilo Toninelli, hanno tentato di escludere l’obbligo di democrazia interna per i partiti: «Il metodo democratico interno», dice il deputato, «è già previsto dall’articolo 18 della Costituzione». L’emendamento è stato bocciato dalla Commissione Affari Costituzionali.

Intanto continua lo scontro tra i vertici del M5S ed il Sindaco di Parma, Federico Pizzarotti. Il Primo Cittadino è stato sospeso nei giorni scorsi dal Movimento per non aver comunicato subito di aver ricevuto un avviso di garanzia per le nomine dei vertici del Teatro Regio. L’ex esponente del M5S ha poi pubblicato l’avviso di garanzia online, assieme a un parare legale che attesta che la pubblicazione avrebbe compromesso i diritti di altre persone coinvolte nell’indagine. Nonostante questo, si è visto rifiutare la richiesta di convocare una riunione con il «Direttorio», l’organo esecutivo della formazione politica, composto da 5 membri. E adesso, certo di esser espulso a seguito di «un processo sommario», su Facebook attacca duramente Roberto Fico, uno dei membri del direttorio: «Sarebbe stato bello poter controbatterlo a Piazza Pulita, per rispondere a tutte le balle che ha raccontato in Tv».

Tutta la vicenda Pizzarotti, ovviamente, per i Dem è ghiottissima. Anche per lo scambio di accuse sulla legge sui partiti. Che approderà in aula il prossimo 26 maggio, quando la commissione avrà finito di votare gli emendamenti e il testo sarà definitivo. Tra gli emendamenti approvati dalla Commissione Affari Costituzionali se ne segnalano due: il «salva Pizzarotti» del deputato e Presidente della Commissione Affari Costituzionali, Andrea Mazziotti Di Celso (Scelta Civica), che impone ai partiti l’applicazione del codice civile nell’organizzazione interna, prevedendo il ricorso al principio di maggioranza per l’adozione delle decisioni; il secondo, del deputato di Sinistra Italiana Stefano Quaranta, che rafforza il principio di collegialità interna, sostenendo come sia «diritto di tutti gli iscritti, partecipare, senza discriminazioni, alla determinazione delle scelte politiche che impegnano il partito».

Sgradito al Movimento è anche l’emendamento del deputato Mazziotti, approvato. Il simbolo del partito non potrà più appartenere ad una persona, dice l’emendamento, non potrà più appartenere ad un singolo ma apparterrà a tutti gli iscritti.

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