Un complotto dell’Isis. Il ginecologo Severino Antinori si lancia in un’autodifesa delirante, mentre si affida alla difesa dell’avvocato Taormina. E’ accusato di aver prelevato con l’inganno ad una ventenne alcuni ovociti per la fecondazione assistita. A denunciarlo è stata una infermiera professionista di origine marocchina. Una denuncia che ha strappato il velo sul commercio di gameti, che è illegale in Italia. E su un panorama di cinici mercanti di speranze, che speculano sulla speranza dei malati.

Uno scenario aperto in Italia dall’entrata in vigore della Legge 40/2004, una norma zeppa di anti scientifici divieti che – come è ben noto – ha costretto migliaia di coppie italiane a recarsi all’estero per sottoporsi a trattamenti medici che prima di quel fatidico 2004 si potevano fare negli ospedali italiani. Il divieto di eterologa, era uno dei punti qualificanti (in senso negativo) della legge italiana sulla fecondazione assistita. Un divieto che nel 2014 è stato giudicato incostituzionale dalla Consulta. Ma – ecco il nocciolo del problema- quella sentenza resta ancora oggi largamente disapplicata a causa della politica.

Solo tre Regioni infatti offrono la possibilità di accesso a tecniche di fecondazione eterologa in centri pubblici. Sono la Toscana, l’Emilia Romagna e il Friuli Venezia Giulia. Mentre tutte le altre Regioni italiane aspettano ancora il varo dei nuovi Lea ( livelli essenziali di assistenza) che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin non ha ancora varato e che garantirebbero alle Regioni la possiblità di accogliere le richieste di fecondazione eterologa in centri pubblici. Il ritardo del Ministero determina per conseguenza quello della conferenza Stato Regioni. E il risultato è che, nonostante quella importante, storica, sentenza della Consulta che riconosceva il diritto delle coppie di accesso alle terapie, dall’aprile 2014 a oggi in Italia sono stati fatti solo circa quattrocento trattamenti.

E questo perché, come accennavamo,  in tutta la penisola solo tre Regioni hanno le condizioni perché l’eterologa sia offerta dalla sanità pubblica, pagando, in media, circa  500 euro. Un fatto  che mette in chiaro l‘attendismo irresponsabile della politica che in due anni non ha adempiuto alla piena applicazione della sentenza della Consulta. Aprendo così lo spazio alla speculazione privata. Mentre tante coppie continuano ad essere obbligate ad andare all’estero.  Anche perché nei pochi centri pubblici funzionanti per l’eterologa in Italia le liste di attesa sono di oltre un anno.  Quando in casi come questi la tempestività di intervento è un fattore importante nella riuscita della terapia, specie se la donna chevi  si sottopone non è più giovanissima.

Se poi si va vedere che cosa ha fatto per esempio la Regione Emilia Romagna per rendere  esigibile immediatamente il diritto  delle coppie riconosciuto dalla Consulta si scopre che il procedimento è stato semplicissimo. Dopo la sentenza della Corte costituzione la giunta ha fatto una semplice delibera in cui si rendeva accessibile l’eterologa per analogia con quanto già accadeva per la fecondazione omologa. In altri termini è stata normata l’eterologa equiparandola all’omologa,  rendendola altrettanto gratuita, fatti salvi i normali esami di controllo come l’ecografia ecc.  Ma poi si scopre che anche in questa Regione – e non per cattiva volontà della politica –  l’accesso alle tecniche di fecondazione in vitro per l’eterologa resta un diritto difficile da esigere, dal momento che due soli centri pubblici sono  attivi in tutta la regione. Gli altri quattro restano fermi  perché mancano donatori di gameti. Per ora i due centri pubblici attivi  usano,  con il consenso dei donatori, i gameti crioconservati. A questo limite si aggiunge anche quello della possibilità di accesso alle tecniche fino a 43 anni perché poi le possibilità di rimanere incinta scemano moltissimo.  Ma anche su questo si potrebbe discutere dal momento che la stessa Legge 40 non fissa un limite temporale ben preciso. Perché spetta al medico decidere trattandosi di una vera e propria terapia.

Di fronte all’inerzia del Ministero nell’aggiornamento dei livelli di assistenza ( inspiegabilmente dal momento che una sentenza della Consulta non può non essere recepita e non c’è alcun vuoto normativo) per cercare di risolvere la questione della mancanza di gameti  in Toscana ed  in Friuli Venezia Giulia sono stati fatti bandi  per  gameti che arrivano dell’estero. Le donatrici sono pagate in molti altri Paesi. In Italia invece la donazione di gameti è parificata a quella dei donatori di sangue, anche se la donatrice di ovuli deve sottoporsi  a trattamenti più invasivi. Su tutti i gameti i centri sono obbligati a fare controlli e deve essere resa possibile la tracciabilità dei gameti, pur nel rispetto dell’anonimato dei donatori.  In Emilia Romagna, per esempio, la Regione svolge un lavoro di certificazione e di controllo dei centri privati (in Italia ce ne sono circa 80 e si paga dai tremila euro in su) per verificare  che abbiano i requisiti.
L’esempio dell’Emilia Romagna, della Toscana e del Friuli dimostra che se c’è la volontà politica è possibile  sul piano pratico garantire  un equo accesso alle cure come ha stabilito la Consulta.  Che cosa aspetta ancora il governo Renzi?  Intanto i  centri stranieri  si attrezzano per aprire succursali in Italia.

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