“Grazie!”, hai detto grazie quando hanno proposto di sedarti. Grazie è una parola semplice, un manifesto della non violenza: a te che colpisci, che non vuoi capire e pretendi di togliermi la parola, rispondo indossando il bavaglio e dico grazie. Grazie, un sospiro con cui accettavi la morte, come deve fare chi ha voluto e saputo dare un senso alla vita.

In te, in modo rivoluzionario e pirotecnico, ha vissuto una delle più grandi tradizioni della cultura politica italiana, quella radicale e azionista. L’estrema sinistra borghese al tempo del Regno, Cavallotti, Colajanni. Poi il Partito d’Azione che ha illuminato la scena nell’immediato dopo guerra. Tu sei arrivato dopo. Anche a un vecchio che sembrava eterno, quale sei stato, può capitare di arrivare dopo. Dopo la fine dell’illusione azionista. Dopo che Ugo La Malfa aveva preso a far da lievito alla destra intelligente, e Vittorio Foa alla sinistra innovatrice. Tu, ragazzo, stavi a sinistra con un sentire di destra: giovane liberale impegnato nell’UGI, l’Unione goliardica italiana, organizzazione della sinistra universitaria prima del ’68.

Ma la genialità, la follia, il tuo peccato di presunzione è stato quel rompere i giochi, la capacità di guardare al mondo e non alla scena interna, al Mahatma Gandhi e al Dalai Lama. Partito transnazionale, né di destra né di sinistra. Chiamavi compagni quelli che io chiamavo compagni. Odiavi come me l’ortodossia comunista, ma tu lo gridavi e io lo dicevo, forse per timore di trovarmi troppo vicino a un generale americano o a un torturatore cileno. Narcisista, non sapevi cosa fosse la paura: usavi quel tuo corpo possente come un campo di battaglia, con i digiuni, prendendoti la parola e tenendola per più tempo di Fidel Castro.

Hai capito prima che l’Italia stava cambiando e invece di averne paura e di morire, come il tuo amico Pier Paolo Pasolini, ti sei inventato i referendum. Per il divorzio contro il matrimonio prigione, per l’interruzione di gravidanza contro l’aborto clandestino. Ti sei sottratto al conformismo degli anni di piombo. Parlavi con i Presidenti e con i Carcerati. Facevi scuola a giovanotti di belle speranze che hanno poi portato il loro talento, e quel che avevano capito della tua lezione, a destra come a sinistra. Non ti bastava quella riforma della Rai. Partitocratica, dicevi. Sì, questo è stata.

Quando molto più tardi venivi a Rainews24, sorpreso e divertito che accettassi di intervistarti anche se tu ogni volta provavi a far saltare l’intervista, decidevi di non stare alle domande, sempre troppo stretto, con quel tuo corpo prorompente e il tuo io straripante. Dicevi “ti cacceranno”.
E cosa importa, Marco. Ricordo la tua amicizia con Curzi, le parole che ci dicesti quando anche lui morì, prima di te, della tua malattia. Sei persino riuscito a farmi iscrivere l’anno scorso al Partito radicale. Io borghese liberale, io comunista, io incapace di esser trasversale, infastidito da certe provocazioni: ricordi quando corteggiavi Storace?

Ora mi chiedo e vorrei chiederti. Chi dopo di te? Perché so che tu guardi al futuro, e c’è sempre un futuro dell’uomo e dell’umanità dopo la morte della persona, pure invincibile come sei stato. È Beppe Grillo il tuo erede? Né destra né sinistra, capo esigente di un movimento politico piuttosto bacchettone e giullare iconoclasta a teatro. Non ha il tuo corpo immenso, un corpicino piuttosto, anche quando attraversa a nuoto lo stretto di Messina. Ma una gran voce, questo sì.

L’opportunismo dei suoi “ragazzi” somiglia a quello di certi tuoi seguaci. Gli obiettivi non lo so. Tu sognavi già nei titoli: “radicale, socialista, liberale, federalista europeo, anticlericale, antiproibizionista, antimilitarista, nonviolento e gandhiano”. Loro non so, vedremo. Perché restiamo a combattere, anche per te. Grazie Marco!

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