Mentre Hillary Clinton e Donald Trump la buttano sul sesso, Bernie Sanders ottiene un primo risultato con la sua candidatura alle primarie: ovvero dare voce a quelle parti del partito democratico che normalmente ne hanno appena.

Quelli che saranno i candidati alla Casa Bianca a meno di terremoti in California – sempre possibili, ma improbabili: Hillary ha un vantaggio di 10 punti nei sondaggi – duellano sul rispetto nei confronti delle donne, con Clinton che rilancia una serie di gaffe e uscite fuori luogo del miliardario newyorchese e questi che rilancia tirando fuori un video in cui due donne accusano l’ex presidente Bill di un tentativo di stupro. Il tema per entrambi è il voto delle donne: da un lato convincerle che il candidato repubblicano (e il partito più in generale) sono arretrati, non hanno a cuore una serie di bisogni e diritti e hanno una concezione volgare e maschilista delle donne, dall’altra l’uso di vecchi scandali per colpire il “falso femminismo” di Hillary. Uno scontro appena cominciato, che avrà mille tappe e un’unica certezza: essendo uno dei due rivali Donald Trump sarà duro, rumoroso e volgare.

Per combatterlo, i democratici, sembrano aver capito di quanto avranno bisogno di Bernie Sanders (e Obama) per portare ai seggi segmenti di elettori che potrebbero restare a casa. Il Democratic National Commitee (DNC) e le due campagne hanno infatti concordato su un ruolo cruciale di alcune persone nominate da Bernie nella scrittura della piattaforma programmatica che la convention approverà. Le figure scelte danno un segnale molto chiaro sui temi sui quali Sanders punta a influenzare il programma democratico: ambiente e lobby petrolifera, Medio Oriente e rapporti con Israele (questa Israele) e poi dare una voce alle istanze più radicali degli afroamericani. Tra le persone nominate dalla campagna del senatore del Vermont ci sono infatti James Zogby, che all’interno del partito democratico è una voce importante in favore dei diritti dei palestinesi, Bill McKibben, fondatore di 350.org e leader del movimento che negli Usa si batte contro l’industria degli idrocarburi e Cornell West, intellettuale liberal e nero tra i più radicali e “rumorosi” (e duri con l’amministrazione Obama). Sarebbe divertente poter osservare le riunioni in cui il focoso West farà le sue proposte.

L’aver ottenuto questi spazi, per Sanders è un successo. Ed è anche un segnale che il partito si rende conto che c’è una spaccatura nella base e che per ricomporla occorre portare nella convention le idee che il senatore incarna e rappresenta. Normalmente il comitato che scrive la piattaforma è di nomina del leader del DNC, mentre stavolta le due campagne hanno potuto nominare i loro rappresentanti e il partito ha tenuto per sé solo 4 posti. Dopo le tensioni in Nevada, i toni sembrano pian piano tornare alla normalità: Sanders sta facendo la campagna elettorale in California usando toni meno duri nei confronti di Clinton e citando soprattutto la sua difficoltà a far diventare la sua candidatura un candidato vincente: la notizia del sorpasso di Trump nei sondaggi è un po’ esagerata, ma certo clamorosa. L’argomento di Sanders è però giusto: il sondaggio Washington Post/Abc, l’ultimo importante, registra soprattutto come la maggioranza degli elettori è insoddisfatta dei due candidati. Il voto americano di novembre, a meno di un’iniezione di idealismo – che Sanders e Obama potrebbero portare – rischia di essere un referendum su chi, tra Clinton e Trump, piace di meno.

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