Mentre in Francia il Paese scopre la voglia di fare muro ad una riforma del lavoro che scippa diritti ai lavoratori (e che comunque rispetto al nostro jobs act sembra un accordo sindacale) qui nelle ultime ore siamo riusciti a infangare Ingrao, Berlinguer e in ultimo riesumare Almirante.

L’immagine di per sé rende perfettamente l’idea di una politica (la nostra) che è diventata lo spasmodico rincorrere il guizzo che permetta di ottenere un ritaglio di giornale: la visibilità non è più direttamente proporzionale allo spessore delle soluzioni proposte quanto piuttosto riferibile al livello di popolarità dell’ennesima scanzonata provocazione.

Un progetto di legge frutto della paziente concertazione tra parti sociali e studi approfonditi non riuscirà mai ad ottenere un decimo dello spazio che si dedica alla cazzata quotidiana del Salvini di turno o chi per lui. Così, a forza di formare parlamentari specializzati titolisti delle proprie dichiarazioni, il dibattito pubblico si misura sulla lunghezza e profondità dell’indignazione quotidiana. Alla fine votiamo il miglior gestore della propria immagine dando per scontato che porterà benefici anche alla nazione: il presidente del Consiglio ideale quindi sarebbe la sezione della Pro Loco sotto casa nostra.

E anche quando capita l’occasione di un altro popolo che scende in piazza per i diritti (come accade a Parigi) improvvisamente ci scopriamo analfabeti di politica. Geni del talk show, esteti della provocazione, chirurgici nel perculamento degli avversari ma assolutamente ignoranti di diritti e doveri. La legge, le leggi e il Parlamento sono capitoli troppo noiosi di un programma che non leggerebbe nessuno.

Ieri, ad esempio, la candidata sindaco di Roma Giorgia Meloni, ha pubblicato un video in cui guarda sorridendo l’imitazione di sé stessa fatta dalla Guzzanti. Video elettorale, per dire. Una metapolitica che ormai vorrebbe formare conduttori piuttosto che legislatori. Altro che anni ’80.

Buon mercoledì.

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