Tredici comuni, 3.275 candidati. Roma (con oltre 2.000 candidati), Battipaglia, e poi Badolato, San Luca, Platì, Scalea, Ricadi, San Sostene in Calabria; Sant’Oreste e Morlupo nel Lazio; Trentola Ducenta e Villa di Briano in Campania. Questi sono i comuni nelle cui liste elettorale ha ritenuto di dover mettere il naso la Commissione Antimafia. Il risultato è meno eclatante dell’ultima volta, e così minore sarà anche la polemica che con il caso De Luca investì invece Rosy Bindi, accusata di usare il suo ruolo per le eterne beghe interne al Pd. Proprio per il precedente scivoloso, questa volta si è abbondato in prudenza, e in mediazioni, con l’ufficio di presidenza slittato più volte. Ma la relazione è comunque interessante.

Gli impresentabili sono quattordici e nessun è un volto noto. Alcune cose colpiscono, sì, come ad esempio la situazione del VI municipio di Roma dove scorrendo le liste si trovano protagonisti di processi per ricettazione, detenzione di armi, tentata estorsione. Ma appunto, parliamo di un municipio, neanche del Comune, e non c’è nessun big. Tra i candidati al Comune, «non si registrano discostamenti dalla legge Severino né dal codice di autoregolamentazione», dice Bindi, «ed è un dato consolante». La commissione però chiede di mantenere l’allarme: «Nonostante l’esiguo numero, rispetto ai duemila candidati, di soggetti riconducibili alla fattispecie della legge Severino e del codice di autoregolamentazione», scrive, «deve però segnalarsi che il quadro generale non appare ugualmente rassicurante». Anche perché è la stessa legge Severino che «avrebbe bisogno di un tagliando». E poi perché, come precisa la deputata Celeste Costantino, di Sinistra Italiana, bisogna di ricordare che la commissione non rilascia certo «bollini antimafia» alle liste che passano indenni, e che «la Severino e il codice di autoregolamentazione non assicurano affatto che non possano esserci casi di infiltrazione». «Il lavoro della Commissione», insomma, «è prezioso ma non mette al riparo».

Non mette al riparo perché la commissione dovrebbe avere più poteri, dice, e magari anche una funzione legislativa, potendo cioè instradare le leggi in parlamento e non solo proporle assegnandole poi alle diverse commissioni. E non mette al riparo anche perché le cose cambiano. E infatti se prima le mafie scalavano i partiti, oggi il vestito giusto è quello delle liste civiche, dove sono tutti i casi segnalati dalla Commissione: «Che le liste civiche siano un varco per le mafie è indubbio», dice Rosy Bindi che racconta il caso del comune dove  le tre famiglie hanno seminato parenti in tutte le liste.

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